D’estate si muore come le mosche – Muriel Pavoni

D’ESTATE SI MUORE COME LE MOSCHE di Muriel Pavoni

La campana suona da morto. Una ventata attraversa la piazza immersa nella canicola, scivola tra la chiesa e il palazzo comunale, raduna le cartacce ai bordi del marciapiede e fa oscillare un pannello carico di annunci mortuari appiccicati gli uni sugli altri. Poi sfiora un treno di edifici di cemento armato a forma di cubi, cubetti e parallelepipedi spuntati con la speculazione edilizia durante ultime amministrazioni comunali. Lambisce una latteria-ferramenta, un fornaio-cartoleria, un dentista-agopuntore, e infine Giusi Coiffeur… con quei puntini di sospensione, che alludono, malignano, a un doppio servizio a cui non si può neppure accennare. Arrivato alle porte del parco lo stesso vento caldo, instancabile, percorre, lieve come una carezza, la gola che taglia in due il paese, spettina i platani e, infine, ci raggiunge fino al camposanto.
Sulla testa di Vidmer si solleva il riporto e prende a sventolare come una bandiera, lui resta immobile con le braccia lungo i fianchi, alla sua sinistra Augusta, la moglie, non nasconde l’imbarazzo, ma rimane immobile pure lei.
Negli ultimi tempi era capitato sempre più spesso di trovarsi tutti lì, anziché al solito bar, e forse si iniziava a pensare che, dopo la funzione, sarebbe stato meglio non tornare a casa, tanto a quel luogo ci si doveva abituare.
Siamo ridotti a un gruppetto sparuto, ma forse è meglio prepararsi all’idea che, per come stanno andando le cose, molti di noi non arriveranno all’autunno.
Negli ultimi anni avevamo assistito inermi all’abbandono dei figli, al richiamo delle città, e noi, rinchiusi nel nostro mondo rurale, ci eravamo limitati a scuotere la testa. Poi sono arrivati gli stranieri, quelli che sbarcano a Lampedusa, l’abbiamo visto al telegiornale. Chissà cosa avevano in testa? Volevano rubarci le case e il lavoro. Magari ereditare i nostri risparmi e buttarci in qualche ospizio. Noi non ci siamo mica fatti fregare, prima li abbiamo ignorati, poi li abbiamo cacciati via tutti.
Ce ne stiamo in cerchio con le facce buie, osservando il vecchio Raul sparire dentro la fossa nel suo nuovo abito di ciliegio. La ferita della terra era un letto umido e lui va a coricarsi laggiù, in mezzo ai vermi. Un brivido mi percorre la schiena. In un istante i nostri pensieri si sintonizzano. Proviamo a immaginare il nostro, di funerale, e a scambiare l’ultima immagine di Raul tra i cuscini rossi, tutto impettito con l’abito da festa, con la nostra. Senza bisogno di parlare, dopo una catena di sguardi, scoppiamo all’unisono in una risata, una di quelle risate grasse, condite da rantoli gorgoglianti come il cavolo che bolle in pentola, e insistenti, di quelle che artigliano lo stomaco fino agli spasmi. Poi esplode il pianto impastato col riso, ma un pianto egoista, di paura, non di dolore.
Fatico a tornare in me, preso da questa ubriacatura, che è liberazione di tutte le forze accatastate dentro, le risate vengono fuori come il vino nuovo spillato a novembre. All’improvviso mi viene da pensare a dove vanno a finire tutte queste energie liberate di getto nell’aria e che, forse, l’atmosfera dei cimiteri è così pesante, così umida, non per via dell’humus, ma proprio per tutto questo continuo liberarsi di magoni. Ecco perché tutt’intorno ai cimiteri non ci sono mai case, è come vicino agli inceneritori o alle discariche, si sa non ci si può vivere. Così per via dei residui delle lacrime, dei pianti, dei sospiri vengono a formarsi dei grumi pensati, capaci di posarsi al centro del petto di chiunque si avvicini. I grumi causano quella sensazione sgradevole, come quando si entra in un abito di tre taglie più piccolo, che ti fa venir voglia di fuggire lontano.
D’un tratto ho una folgorazione, e capisco perché in paese mi sono sempre sentito così. Il cimitero è troppo vicino alle case, qua non sono state rispettate le misure di sicurezza.
Mi guardo attorno per condividere questa intuizione, ma poi mi accorgo che metà di noi è riposta nel condominio ordinato e silenzioso, e l’altra metà è sempre lì, in piedi di fronte dai loculi, a far finta di essere viva.
“Passata una certa età, nei mesi estivi, si muore come le mosche.” Irrompe Fausto. La moglie annuisce con trasporto spalancando la bocca come per emettere un suono sordo.
Gli altri, udite quelle parole, sotterrano lo sguardo tra le crepe del terreno nel tentativo di calcolare quanto manca a quell’età.
In tutto questo Don Pio, come distaccato dal resto, procede a recitare omelie a macchinetta, con ottusa determinazione, rinchiuso com’è nel suo mondo ovattato e sfuocato. D’un tratto alza lo sguardo dal libro. Stropiccia gli occhi dietro le grosse lenti:
“Via signori, un po’ di rispetto per il caro estinto.”
Caro estinto. Che strano Pensare a Raul in questi termini!
Mi viene in mente, un pomeriggio di molti anni prima, quando mi disse con tono cospirativo:
“Stasera usciamo assieme.”
“Come al solito. Stasera c’è il Milan. Ci vediamo al bar.”
“No!” replicò afferrandomi per un braccio, aveva gli occhi spalancati, la fronte lucida e sbavava come un doberman.
“Ti vengo a prendere alle nove. E non guardarmi con la tua solita faccia da secchione. Fidati per una volta.”
Mi chiamavano secchione perché in paese ero l’unico ad avere conseguito il diploma di ragioneria. Avrei voluto fare l’università, lo ammetto, ma temevo la derisione dei compaesani, poi avevo paura di non essere all’altezza, e mi spaventava soprattutto una certa voglia, che mi era venuta in quegli anni passati sui libri, di viaggiare. Desistetti e mi rifugiai nell’utero rassicurante del paese.
Quella sera, sentito il clacson di Raul, mentii a mia moglie e saltai in macchina. Non avevo idea dei piani della serata, ma per sicurezza, si sa, è meglio esser cauti.
C’infilammo nella statale senza scambiarci una parola. Impiegai tutto il tempo sintonizzare l’autoradio e, quando ero sul punto di fare la domanda che mi ronzava in testa, arrestò la macchina e disse:
“Scendi.”
Eravamo in un’area industriale di fronte a un capannone con il parcheggio tutto pieno.
“Mi hai portato in discoteca?” Domandai sollevato.
Mi rispose con una strizzata d’occhio, suonò un campanello e aprì una grossa porta tagliafuoco. L’interno era fumoso e affollato, tutti sembravano conoscere bene Raul, lui girava e scambiava parole con chiunque. Ero sorpreso, io e lui eravamo amici da anni, eppure, ogni volta che ci vedevamo, scambiavamo sì e no quattro parole a testa. Non che fosse una cattiva persona, Raul era semplicemente uno ermetico. Era come vedere qualcun’altro muoversi con disinvoltura in un ambiente a lui famigliare. Lui sempre burbero e scontroso con tutti, quella sera sembrava un uomo di mondo. Fu in seguito che misi a fuoco il locale e i suoi avventori. Dapprima mi sembrò il solito locale “da struscio”, poi mi accorsi che c’era qualcosa di particolare in quelle donne appariscenti, alte e truccatissime. Fu quando ricevetti un invito a ballare, annunciato in tono virile da una signorina in abito da sera, che afferrai la situazione.
“Dai andiamo.” Raul mi trascinò via e poco dopo vidi che con noi c’era una di quelle intrattenitrici. Il resto filò via veloce come un giro in giostra. Entrammo in macchina. Lei non era italiana, ma parlava bene, quasi come noi. Diceva che si era sempre sentita donna, che prendeva ormoni da diversi anni e che, ormai, a parte il pendaglio, tra lei e una vera donna non c’era differenza, anzi lei era meglio, perché sapeva capire gli uomini. Dolores era simpatica, mi faceva ridere, ma allo stesso tempo mi sentivo nervoso e fuori posto. D’improvviso ci fermammo, Raul aveva smesso di essere socievole, era tornato il solito musone.
“Sbrigati troia.” Disse dirigendosi verso il sedile posteriore.
Lei si spogliò, aveva due palle da bowling al posto del seno e un pene piccolissimo, che cercava di tenere tra le cosce. Mi sorrise. Raul si slacciò i pantaloni, era in erezione, la penetrò da dietro con dei movimenti secchi e pesanti.
Lei, all’inizio, guaiva, i suoi, erano lamenti di piacere, ma poi, pian piano, mi accorsi che lui ci stava andando pesante, quando lei cercò di ribellarsi, lui si allontanò e le diede un pugno, ci fu una specie di lotta tra i due. Io non so che faccia avessi, ma mi sentivo come se fossi altrove, a guardare dal buco della serratura.
“Aiutami secchione!”
Aveva scaraventato Dolores fuori dalla macchina. Lei era piena di lividi ma si stava rialzando. Lui cominciò a prenderla a calci.
“Prendi la mazza, è lì dietro.”
Cosa ci faceva con una mazza da baseball in macchina? La presi e, non so perché, mi avventai contro di lei. Cominciai a sferrate uno, due, dieci colpi, non li ho contati, le mie mani si muovevano da sole, mi risvegliò la voce di Raul:
“Non vorrai mica ammazzarla?”
Allora saltai in macchina. Guidammo fino al paese quasi fossimo in trance. Non parlammo mai dell’accaduto, né subito dopo né poi. Nei giorni seguenti continuammo a vivere tra il lavoro, la famiglia e il bar, finché, molti anni più tardi il cuore di Raul si arrestò nel campo, mentre raccoglieva le albicocche. Quel fatto non l’ho mai compreso davvero, ma da allora ho iniziato a considerare la mia vita divisa in due, come se quell’evento fosse l’anno della nascita di Cristo.
Mi chiedo se qualcun altro sapesse delle abitudini segrete di Raul, ma mentre mi pongo questa domanda, capisco che la stessa cosa vale per me e per tutti gli altri. Non ho mai messo a fuoco il mio comportamento di quella sera. Ma, forse, è colpa di quest’aria pensante del camposanto troppo vicino al paese, oppure siamo diventati tutti un po’ matti. Stare in questo paese è come correre in un recinto minuscolo, ci si sente protetti, ma isolati, obbligati a cercare una via di sfogo. Perché l’esistenza qui è avara. E quando ci si sente troppo stretti è necessario inventarsi qualcosa, come una doppia vita, come la latteria che è anche una ferramenta, o come Giusy che per arrotondare, lo sanno tutti, fa la prostituta.
Intanto s’è fatta sera e siamo ancora tutti qui, alcuni chiacchierano, altri passeggiano indicando le foto come al museo. Don Pio dorme in piedi e russa con il crocifisso stretto fra le mani. Là fuori il paese è deserto. Il vento parte dal cimitero, attraversa la gola, costeggia il parco, poi la fila di case fino alla piazza e vola via oltre la collina.
Sulla mia lapide non ci voglio il soprannome, non mi è mai piaciuto.
Forse stanotte resteremo qui, tanto a casa non c’è nessuno ad aspettarci.