Boh! – Patricia Quezada

BOH! di Patricia Quezada

Giorno 1
Sono arrivati a mezzogiorno, un superbo mezzogiorno all’ inizio della primavera, settembre, il vento caldo del nord soffiava pigramente. Le ombre, minime si stringevano alle forme tanto era intensa la luce. Noi uscivamo della scuola faccendo il solito baccano. Quando li abbiamo visti ci siamo fermati, incuriositi. Via vai di gente esotica,scendevano da un pullmino verde oliva, vestivano un po’ troppo colorati, stile hippie invecchiati. Hanno iniziato a tirare fuori un sacco di aggeggi interessanti, telecamere, tripodi, fari e altre robe che si usano per fare i film. Cichi e Sergio erano con me.
“Guarda quello!” mi disse Cichi indicandomi uno spilungone biondo con i rasta avvolti in un berretto colorato, stile un Bob Marley sbiadito. Forte! Gli dissi.
Loro erano giù, nel parcheggio di fronte alla mensa degli impiegati, noi eravamo in piedi su una spianata fatta a forza di scavatrice dove avevano insediato la Scuola Media; sotto di noi il villaggio si dispiegava a ventaglio fino al fiume Limay.
“Andiamo” dissi spingendo i miei amici e, senza dubitare un momento, ci siamo fiondati verso l’unico bar del villaggio dove abbiamo visto si stava dirigendo quella strana troupe. Una volta dentro abbiamo constatato ch’erano tutti abbastanza giovani, tra i 25 e i 30 anni, venivano dalla Germania. Malgrado il nostro tentennante inglese qualcosa siamo riusciti a indagare, bisogna riconoscere che anche loro avevano un atteggiamento pateticamente amichevole verso di noi giovani indigeni del posto, specialmente verso Sergio con il berretto colorato made in Bolivia, che gli aveva portato lo zio, indossato insieme con il suo solito blazer blu puzzolente e la micro cravattina rossa. Era alquanto pittoresco, senza dubbio. Di me non si poteva dire di meglio: solita t-shirt, jeans e l’odiata giacca scozzese verde ereditata dalla mia sorella. L’unico che sembrava normale era Cichi con il suo maglione a righe colorate e i suoi occhioni blu alla Bambi che strappavano il sorriso a chiunque gli si incrocciasse davanti.
Facendo finta che eravamo inoffensivi siamo riusciti a scoprire che questi tizi dovevano realizzare un documentario per la Università Federale Alemana, BoH! Su cosa? A noi non ci sembrava che ci fosse nulla d’interessante in quel posto sperduto della Patagonia dove i nostri vecchi ci avevano trascinato e costretto a vivere per questione di sopravvivenza. Stavano costruendo infatti l’ennesima diga idroelettrica per aiutare lo sviluppo del nostro glorioso paese, bla,bla, bla. A conti fatti siamo tornati alle nostre rispettive case eccitati e trionfanti, portando come frutto della nostra sfrontatezza l’invito a cena con la troupe tedesca. Bene, bene, forse potremo avere notizie fresche dal mondo esterno, pensai.
Ricordo che in quei giorni eravamo tutti presi nei soliti preparativi per la imminente Festa della Primavera, più che meritata dato che eravamo reduci da un inverno australe, cupo, di quelli che non scherzano. Noi, figli di operai allora facevamo una bella vita. Eravamo sempre intenti a fare qualcosa di divertente, immersi nella abbagliante luminosità della adolescenza, quando ogni cosa è ancora integra, come neve fresca appena caduta, bianca, immacolata e pericolosamente ingannevole. Non potevamo prevedere che quell’evento, l’arrivo dei tedeschi, avrebbe frantumato in tanti pezzi il nostro paradiso.
Da qualche mese a scuola era arrivata la nuova insegnante di ERSA (studio della realtà sociale argentina), una tale amica della Preside, il che non era un buon presagio. La nostra preside era una donnona portegna, di quelle toste, genuine, aveva la stazza da giocatore di rugby e una faccia da luna piena, pallida e malsana, che faceva un po’ paura. Si cibava fondamentalmente di sigarette bionde, alfajores de maizena, e se era il caso, di qualche malcapitato che avesse avuto la sfortunata idea di risponderle in un certo tono. La nostra Preside che girava tutto il giorno indossando un soprabito nero di pelle che sarebbe stato invidiato dallo stesso fhurer, abitava insieme a una vecchia signora, piccola, con i capelli bianchi, sorda come una campana, anche lei sempre con la sigaretta in bocca. La Sorda, come la chiamavamo noi affettuosamente, aveva l’abilità di portare la sigaretta in giro con la cenere tanto lunga che sembrava sempre sul punto di cadere, almeno ogni volta che lei muoveva le sottili labbra per dire: Cosa?.. Poi, però non cadeva mai, chissà come faceva…
Il fatto è che noi cercavamo sempre di stare alla larga da tutte e due, perche erano, a dir poco, una coppia molto pericolosa. In un men che non si dica potevano acchiapparti e rifilarti qualche “lavoretto”di giardinaggio o altro per il quale dopo non ti avrebbero dato né un centesimo, neanche se avessi pianto a pugni stretti e le guance cotte dal gelido vento del sud.
Dovuto a queste ragioni ed a qualcun’altra che magari vi svelerò più tardi, è stato grande il nostro stupore, quello dei miei amici e quello di tutta la 2° media quando abbiamo conosciuto la nuova insegnante di ERSA.
Era giovane, e odorava di buono, aveva una faccia minuta e un sorriso disarmante, i capelli lisci e la figura sottile le davano un’aria infantile e vulnerabile. Siamo rimasti a bocca aperta, ma la cosa più sorprendente fu quando iniziò a parlare. Il suo sguardo e la sua voce ci fecero prigionieri subito. Io, principalmente, che a quella epoca ero insopportabilmente superba e giudicatrice, rimasi soggiogata dalle ondulazioni delle sue mani, lunghe e bianche, disegnavano arabeschi invisibili ad altri occhi ma non ai miei, sembravano fatti di fumo blu, restavano fermi per un po’, come sospesi nell’aria per poi, dissolversi pigramente nel nulla.
Lei iniziò a raccontarci cose che nessuno prima ci aveva detto. Ci parlava del posto da dove veniva, e anche di noi e della nostra vita.
Era strano perché insieme a lei iniziammo a scoprire che abitavamo in un mondo raddoppiato, o a strati, come nei racconti di fantascienza che amavo leggere.
C’era la gente di sopra, quelli di sotto, e quelli che popolavano altri strati via via più profondi, ma come noi, loro non si accorgevano di tante cose. Diceva che quelli strati erano in continuo movimento, brulicavano d’attività, e quando uno degli abitanti degli strati più profondi, nei quali la vita era decisamente più ardua, scopriva dei passaggi nascosti per trascinarsi verso il livello immediatamente superiore, combinava certi squilibri che disturbavano in grande misura quelli di sopra. Questi esseri si caratterizzavano particolarmente per l’odio che nutrivano per qualsiasi tipo di contaminazione che arrivasse di sotto, ma erano terribilmente attratti dalle intruzioni che venivano dagli strati superiori, i cui abitanti agivano indisturbati, crogiolandosi di quà e di là, impettiti e superbi. Io li immaginai subito come quella specie di vermi eterni del racconto Gli immortali di Borges, che mi aveva colpito tanto. Chissà noi in quale strato abitavamo? Boh! Sicuramente in Buenos Aires la gente ha tanta fantasia, ci dicevamo e continuavamo ad ascoltare assorti storie e concetti arrivati da lontano.
Correva l’anno del Signore 1977, nelle Americhe,e intanto noi eravamo tutti presi dai nuovi successi accaduti nel nostro piccolo villaggio sperduto, la violenza regnava sovrana, ovunque fiumi di sangue e disperate urla di dolore, crudeltà disumane e assassini che non sarebbero stati puniti ballavano insieme una danza macabra, che si sarebbe protratta per lungo tempo, e che, come onde prodotte dalla caduta di un sasso nell’acqua espandevano i suoi effetti nefasti e si avvicinavano inesorabilmente a noi.
La voce di Noemi, la nostra insegnante,si sentiva forte e chiara, raccontando fatti che nessuno considerava credibili. Lei ci chiedeva per esempio: voi credete di essere liberi? Dopo esserci scambiati una serie di sguardi sbalorditi, risposi a nome di tutti: “Ma sì, è ovvio che siamo liberi! Che razza di domanda fai?”. Prima o poi, diceva Lei, arriverà il momento che la vostra voglia di sapere di più, vi spingerà a guardare più in là dei limiti che ci hanno imposto, siamo come dei pesci che, siccome hanno sempre vissuto in un acquario ignorano che esiste il mare. Quando la voglia di guardare fuori dell’acquario sarà più forte delle vostre paure, allora mi ricorderete.
Ma, che lagna! Pensai tra me e me, va bene che fossero interessanti i suoi discorsi, ma mica noi abitavamo nella Siberia di Ivan Denisovich. Noi potevamo dire quel che volevamo in qualsiasi momento, va bene che adesso ci sono i militari, pensavo, ma è solo temporaneo. Poi secondo mia mamma era necessario mettere in sesto di nuovo il paese, quindi se per mia mamma andava bene, io ero tranquilla, di lei mi fidavo, ma adesso che ci penso, continuavo a dirmi, ci sono alcune cose che non mi quadrano. Due anni fa mi ricordo, che facevo il settimo grado, è una mattina a scuola successe la fine del mondo, ad un tratto, quando stavamo tutti in fila issando la bandiera e cantando “Aurora”, la segretaria della scuola uscì in cortile urlando a squarciagola: “C’e stato un golpe! c’e stato un golpe!” E tutti si ammutolirono per un po’, come se qualcuno fosse morto. Io mi guardai attorno e mi ricordo che era una mattina di marzo, bellissima, trasparente. Da dove eravamo potevamo vedere lontano, fino alle piatte colline e fino al lago, che si apriva sereno, di colore cobalto scuro, con solo alcune piccole onde che finivano in uno sbuffo bianco di schiuma. Quella mattina anche noi bambini restammo in silenzio, e aspettammo, ad un tratto io domandai: “Cos’e un golpe?”. Diverse maestre iniziarono a piangere, e io non capivo. La signora Lopez mi rispose: “E’ quando i militari fanno cadere il governo”. Come che lo fanno cadere, e perchè? Mi sono venuti in mente tutta una fila di soldati, e tutta una fila formata dai signorotti politici che avevano come capofila la Isabel che era allora la Presidente, e al via i soldati facevano lo sgambetto ai vecchiacci, facendo cadere tutti per terra. Mi sembrò una scena divertente, iniziai a ridere, la signora Lopez mi fissò irrigidita. Non c’e niente da ridere, bisbigliò e andò via lasciandomi perplessa e confusa come d’altronde eravamo tutti noi ragazzi a quella epoca. Comunque la signora Lopez avrebbe potuto essere un po’ più chiara, era il suo mestiere, no? Le maestre devono insegnare, spiegare, chiarire, quindi un golpe poteva essere di diversi tipi. Ci sono i colpi di fulmine, che era quello che io avevo avuto quando conobbi Robi , peccato che sia una testa più piccolo di me, poi ci sono i colpi di grazia, i colpi di fortuna i colpi di scena, e cosi via, ma loro, niente, avrebbe potuto dire che c’era stato un Colpo di Stato,o sia, una mutazione improvvisa, fuori della legalità dell’ordine costituzionale vigente, e forse noi avremmo capito, forse.
In quegli anni nessuno voleva chiarire nulla, ci lasciavano sempre all’oscuro di tutto, per questo, credo, nel futuro si sarebbero riferiti a questi anni come “gli anni bui”.
Quindi, Noemi aveva un po di ragione, forse.
Riprendendo il filo del discorso, noi quella sera dovevamo andare a cena con i filmakers venuti dall’ Europa, ma quel stesso pomeriggio dovevamo riunirci a scuola per iniziare a organizzare la nostra Parata della Primavera, specialmente il nostro carro . Siamo rimasti d’accordo di vederci verso le quattro. Ci siamo ritrovati a quell’ora in cinque, Cichi, Sergio, Dora, Angela e la sottoscritta. Ci avevano permesso di utilizzare la scuola per la riunione dato che a quell’ora era deserta. Ci sentivamo i padroni una volta tanto, scegliemmo di andare in un’altra aula, ed e lì che successe il primo fataccio.
Sono andata verso la lavagna per disegnare il carro fantastico che avevo immaginato, un fungo gigantesco fatto di tanti strati di fiori colorati, quindi cercai un gessetto per disegnare la struttura portante che sarebbe stata fatta tutta di fil di ferro, ma non c’erano i gessetti nella lavagna. Allora dissi a Sergio: – Guarda nell’armadietto se ci sono – . Era chiuso, lui e Cichi andarono in giro a cercare un armadietto aperto per prendere i gessetti, ma dopo un po’ tornarono eccitatissimi: avevano fatto una scoperta totalmente imprevista e sconvolgente, rovesciarono su la cattedra un inaspettato carico.
Sopra la cattedra giaccevano sparpagliati i panfletos, erano volantini della guerriglia, propaganda sovversiva, librettini giallastri con delle copertine dalle quali un guerrillero mi guardava con aria di sfida, un mitra in mano e metà faccia coperta. La stampa clandestina era di cattiva qualità ma le lettere nere che formavano le parole si sporgevano, quasi saltando fuori dal verdino e il rosa pallido della carta. Siamo rimasti di ghiaccio, mi ricordo che ho preso in mano uno dei quei librini, aveva un titolo che diceva qualcosa come Manuale di istruzione per la lotta della guerriglia, o qualcosa del genere. Ci siamo guardati e ci siamo fatti tutti e cinque la stessa domanda: “Che diavolo ci facevano quelle cose in un armadietto della scuola? Che cosa facciamo? Ci siamo guardati e abbiamo iniziato a parlare all’unisono, non si capiva niente e gli animi si scaldavano. “Zitti” dissi io. Chissà perchè sentii un brivido lungo la schiena e lo stomaco mi si riempì di paura. BOH! Disse Cichi, io non so cosa farete voi ma io non voglio essere coinvolto per nulla, e se ne andò.
Rimanemmo per un po inebetiti, poi io dissi: “Mettiamo tutto dove lo avete trovato. Prendiamone soltanto qualcuno per farglielo vedere alla Preside e andiamo anche dalla professoressa Noemi così ci dà un consiglio”. Ognuno di noi si prese qualche volantino, anche a mò di trofeo, sapevamo che scottavano, ma ci sembrava di stare vivendo una avventura, come se avessimo scoperto per caso il covo di una banda di pirati, avevamo scoperto i cattivi.
Andammo dalla Preside, ci aprì la porta e ci ascoltò con una fredda calma, il viso tondo divenne più inespressivo che mai, ci fece entrare frettolosamente e ci tolse tutto dalle mani. Ci disse di non dire niente ai nostri genitori. “Andate a casa domani parleremo con calma” disse tutto di un fiato, poi quasi spingendoci ci mandò via.
Quando ci siamo trovati da soli sul largo viale del Villaggio, ci siamo promessi di non dir niente fino al giorno dopo, ma sapevamo che non ce l’avvremmo fatta.
Mi avviai verso casa, immersa nei miei pensieri, uno strattone da dietro mi fece sussultare. Era Sergio, ci aveva ripensato e mi disse: “Andiamo all’altalena”. Ogni volta che dovevamo decidere qualcosa di impegnativo, come per esempio il nostro futuro, andavamo dietro casa sua dove c’era l’altalena. Lì mi aveva confesato il suo sogno di diventare astronauta, ma prima fisico nucleare nell’istituto Balseiro. “Fantastico! – gli dissi io in quella occasione – dovrai abitare a Bariloche, e lì si scia, quindi dovrai insegnarmi a sciare!” Ogni estate sarei andata a trovarlo a Bariloche,avevo deciso e anche ogni inverno. Eravamo veramente amici per la pelle, anche se sapevo che lui era un po’ innamorato di me e anch’io al mio modo. Molti anni dopo avremmo fatto l’amore disperatamente di fronte a un cimitero, ma questo non potevamo saperlo mentre camminavamo insieme verso l’altalena. Una volta lì, dondolandoci uno di fronte all’altra iniziammo a scambiarci le nostre inquietudini. Era meglio dirlo o no ai nostri genitori? e a Noemi? La Preside aveva detto di non coinvolgerla? Sergio disse dondolandosi: “BOH! Non so cosa pensare”. Eravamo lì, indecisi sul da farsi, quando si aprì la porta della cucina della casa e uscirono chiacchierando animatamente la mamma di Sergio e Noemi, come mai? Mi domandai. Dopo i saluti la mamma del mio amico mi raccontò che per caso i genitori di Noemi e i suoi appartenevano allo stesso paese: Malargüe, quindi erano paesane. Ridemmo tutti e quattro festeggiando il fato. La signora Elena, che fino adesso ho chiamato mamma di Sergio, teneva un coniglio bianco tra le braccia, era carino come solo i conigli sanno essere, gli occhietti rossi, irrequieti e il nasino che tremava annusando l‘aria. Noemi lo prese e lo strinse a sè dolcemente, mi disse, Elena mi ha appena regalato Pepe, loro hanno ne già un altro, e io ho bisogno di compagnia, così sentirò meno la mancanza dei miei. Poi ci salutò sorridente e andò via abbracciando il suo coniglio. Non la avremmo mai più vista.
A casa mia raccontai soltanto che erano arrivati dei tedeschi a fare delle riprese, e chiesi a mia madre di potere andare a cena da Sergio, lei annuì distrattamente. Era sempre oberata di lavoro,mia mamma, e con cinque figli non poteva essere diverso, quindi noi, eravamo un po’ lasciate a noi stesse, il che, a mia sorella e a me non dispiaceva affatto.
Quella sera mi ritrovai con i miei amici al club. Eravamo tutti e tre sulle spine: “Cosa sarebbe successo l’indomani a scuola?”. I tedeschi ci salutarono calorosamente, e ci offrirono una lauta cena, alla fine della quale fu proietatto loro ultimo lavoro, un documentario su un’altra diga in Brasile e sui dei danni che questa aveva provocato alla natura. Bello, sì, peccato che non capivammo una parola. Per non annoiarmi osservai gli altri invitati, sembravano un’allegra compagnia, spensierati e chiassosi. Invece Sergio, Cichi e io avevamo tanti pensieri. Chi sa cosa ci aspettava domani!
Una volta a casa, non potei resistere e feci vedere a mia mamma uno dei volantini che avevamo trovato a scuola. Il volto della mia mamma divenne bianco,mi mollò una sberla in faccia e strappandomi il foglio dalle mani, parlando tra i denti bisbigliò, sei diventata pazza? Vuoi che ci uccidano a tutti? Andò in bagno e fece a pezzetini il volantino, li buttò nel water e tirò la catena. Io la guardavo sbalordita, lei era diventata muta e rigida, si girò di scatto verso di me e fissandomi mi disse: “Non azzardarti mai più a portare questa roba a casa nostra”. Cercai di spiegarmi ma lei mi fermò con un gesto secco. “Non dire una parola” disse con le fine labbra rigide e bianche. Non sembrava neanche più mia mamma tanto era terrorizzata. Mi disse la stessa cosa che ci aveva detto la Preside prima: “Non parlare a nessuno di questo, a nessuno” enfatizzò. Mio padre, per la mia fortuna dormiva.
Giorno 2
La mattina dopo, arrivai a scuola con un pessimo presentimento. Noi cinque ci distaccammo un po’ dal resto dei ragazzi e raccontandoci le cose decretammo che gli adulti erano impazziti. Aspettamo tutta la mattinata, ma non successe nulla, quindi decidemmo di interpellare la Preside.
Ci guardò spazientita. Non c’era nulla, ci disse. Ringraziate che non vi dia una nota per averci disturbato. Impossibile! Siamo corsi a guardare nell’armadietto. Nulla! Ma, allora qualcuno li ha presi! Volevamo quasi piangere dallo sconforto. Noi tutti li avevamo visti, e non c’era stato tempo perchè qualcuno li andasse a prendere prima della Preside! Per quale ragione lei mentìva? Lei stava mentendo, e noi lo sapevamo. Ma… se lei stava mentendo, allora era stata lei ad averli nascosti? Allora lei … era una sovversiva! Che cosa dovevammo fare? BOH!
Qualcuno tra noi aveva parlato, malgrado i nostri genitori ci avessero chiesto silenzio. Quel pomeriggio ci riunimmo dietro la chiesa, nel piccolo refettorio. C’era la sorella maggiore di Cichi, che era la catechista. Anche lei era confusa sul da farsi. Ci credeva ma non capiva perché la Preside e la Sorda si comportassero così, era assurdo! Dimenticare il tutto era impossibile. Noi non eravamo dei bugiardi! Che cavolo stava succedendo! Avevamo persino dimenticato la nostra Festa della Primavera. Decidemmo di andare a chiedere consiglio a Noemi. Ormai eravamo una decina tra ragazze e ragazzi. Sapevamo che la nostra Prof affitava una abitazione a casa della signora Di Carletto, un’altra nostra insegnante, quindi ci avviammo verso casa loro a passo spedito. Arrivati, bussiamo alla porta ma nessuno ci aprì. Erano le quattro del pomeriggio, decidiamo di aspettare. Verso le sei vediamo arrivare il marito della signora Di Carletto, da solo.
– Che succede? – Ci chiese incuriosito, vedendoci tutti davanti casa sua.
— Aspettiamo Noemi, ma non ce nessuno.
— Strano, disse lui. Bene ragazzi – disse – andate pure a casa, dirò io a Noemi che l’avete cercata.
Non é facile spiegare come ci sentivamo, sapevamo che qualcosa veramente grande ci sfuggiva, forse quella storia degli strati ci aveva influenzato, volevamo veramente sapere la verità, arrivare in fondo in questa facenda, capire. Ci iniziavamo a domandare: Dove é Noemi? BOH!
Mentre andavamo a casa taciturni abbiamo visto gironzolare un elicottero verde in lontananza. Beati tedeschi, pensai, devono essere loro che si divertono a fare documentari inutili. Anni più tardi avrei capito quanto mi sbagliavo.
Ci lasciammo cupi, era quasi l’ora di cena, dovevamo rientrare.

Giorno 3
Ci svegliò l’ululare delle sirene dei pompieri verso le cinque del mattino, uscimmo fuori dal giardino di casa e da lì potemmo scorgere un’allarmante luminosità dall’altra parte del villaggio. Qualcosa stava bruciando, senza dubbio una casa.
Alle otto del mattino eravamo di nuovo tutti riuniti nel giardino della casa della signora Di Carletto, il fuoco l’aveva distrutta completamente, la puzza della plastica bruciata ci pizzicava il naso. Avevamo saputo dai vicini che i Di Carletto erano illesi ma ancora sotto shock erano all’ospedale. Nessuno sapeva dirci cos’era successo, ne darci notizie di Noemi, nessuno da ieri mattina l’aveva più vista.
Tra le rovine carbonizzate ancora fumanti scoprimmo il cadavere minuscolo del coniglieto bianco.
Decidiamo di andare a scuola, forse lì avremmo saputo qualcosa. Mi accorsi della assenza di Sergio. Come mai non era ancora arrivato? La mattinata si trascinò avanti in modo stravolgente. Nessuno, nè professori nè Preside, né gli altri compagni facevano accenno all’accaduto. Come se nulla fosse successo, avevo l’impressione d’essere nel pianeta degli zombi.
Dov’era Sergio?
Verso l’una uscimmo della Scuola. Andammo dritto a casa di Sergio, davanti c’erano parcheggiate diverse macchine, alcune della sicurezza, altre della ditta, altre della Polizia. Cos’altro era successo?
Entriamo a casa sua, nessuno ci fermò, c’era un via vai di agenti e altre persone che non avevo mai visto. Sergio era in cucina, aveva in braccio il fratellino più piccolo, quello di tre anni. Ci guardò con un’espressione che stento a descrivere. Non disse niente. Noi non riuscimmo nemmeno a fare una domanda quando delle loro vicine di casa ci spinsero via dicendo: “Andatevene, ragazzi! Questo non é momento di creare confusione! Andatevene!”
In un men che non si dica ci siamo trovati fuori. I poliziotti ci allontanarono dalla casa in malo modo, e ci ammonirono, ordinandoci di andare subito alle nostre rispettive abitazioni e non intralciare più il loro agire.
Il mondo era impazzito. Tornando a casa mi accorsi che la carovana dei tedeschi era in partenza. Facevano il loro solito fracasso, ridevano e scherzavano. Appena mi videro mi salutarono da lontano agitando le mani. Non risposi, mi diede molto fastidio vederli, non so perchè mi venne in mente la storia dallo squilibrio che causa il passaggio d’individui tra i diversi strati. Se questi stranieri fossero arrivati da un altro strato, non lo sapevo, avevo invece la certezza, per qualche inespiegabile intuizione che nonostante io potessi vederli di fronte a me, loro abitavano in quel medesimo istante una dimensione diversa, lo stesso mondo ma anni luce lontano dal nostro, in un mondo ancora per noi irraggiungibile. Non capìvo come loro potessero essere felici e ridere, non si accorgevano che il cielo cadeva a pezzi?
Più tardi seppi che la mamma di Sergio si era suicidata, dicevano. Aveva camminato fino al fiume, dicevano. Si era tolti tutti i vestiti, dicevano. Li aveva piegati con cura uno sopra l’altro e li aveva appoggiati sopra un sasso, e poi si era buttata nel fiume, dicevano. Non aveva lasciato nessuna lettera che spiegasse l’estremo gesto, dicevano.
Cosa é veramene successo? mi sarei domandata per il resto della mia vita, e la risposta sarebbe sempre stata: BOH!