Aveva fame – Maria Pia di Molfetta

AVEVA FAME di Maria Pia di Molfetta

Non era la prima volta che le accadeva. Erano mesi che Serena non riusciva a trattenere i conati. Rigurgitava nei momenti più impensabili senza il minimo preavviso. Non aveva febbre né soffriva di cattiva digestione. Semplicemente accadeva, nelle circostanze più scomode. Era come se sentisse l’esigenza di cacciar fuori quel groppone. Ma mai aveva rigurgitato così, pubblicamente. Il suo vomito lì, spiaccicato sulla macchinetta obliteratrice! Sembrava la carcassa di un uomo cui avessero sparato, accasciatosi al suolo, mentre il sangue continuava a scorrergli lungo il corpo. Dalla ferita di riso e carne maciullati, rivoli meno densi erano colati fino a terra seguendo le linee del pavimento gommato. E poi le mani vistosamente sulle narici, i fazzoletti bagnaticci, le smorfie di un doppiopetto grigio, fino a quando non si era ritrovata fuori, nel traffico, in quell’aria frizzantina, in fuga verso il villino degli Alvieri. Se avesse saputo sua madre! Avrebbe elaborato strumenti sempre più sofisticati per sorvegliare la figlia, presunta bulimica. Mamma Teresa si sarebbe sentita utile in questo modo, utile e materna. Ad un tratto la porta si aprì. Salma con quel suo sorriso pacioso e bianco e la sua uniforme linda accolse Serena. “Uaaaaa…baridi? Tue mani rosse… fredde… pole…pole sana… ja’, dammi mani…dai a me…” e senza esitare le prese le mani tra le sue: le baciava e le strofinava vigorosamente per scaldargliele. Furono loro a tradire Serena, con quel puzzo di acido. “Mungu wangu… tu vomitato tena? Tu malata… malata sana… tu posseduta da tua nonna… lakini hakuna matata… jamme a Mama Amina … hapana paura…” Ancora con quella storia della possessione! Salma credeva che la nonna di Serena la possedesse. I morti non sono morti diceva. Passano soltanto da una forma all’altra. Le loro ombre sono sempre con noi, anche se non li vediamo, loro esistono e certe volte ritornano in vita. Quando tutto era cominciato (la storia del vomito inspiegabile e i sospetti di possessione), Serena aveva creduto a Salma e a lungo aveva meditato sull’identità dello spirito. Aveva condotto indagini circospette: non poteva lei, laureata, ammettere di credere alla stregoneria. Come poteva spiegare che per credere in tutto quel sapere accademico le occorreva la stessa fede della religione, della politica, della medicina? Sarebbe stato troppo complicato da spiegare, complicato ed inutile. Stupidi vacui sofismi da letterata, le avrebbero replicato. Dopo varie elucubrazioni era quasi arrivata al colpevole. Era di sicuro qualcuno del ramo materno. I parenti del padre di Serena, con tutta quella mole, non sarebbero riusciti mai a varcare il taglio della vita-morte come lo chiamava Salma. Della sua bisnonna non sapeva molto: arcigna, con una voce stridula e petulante. No, non poteva essere lei. Non voleva mettersi in contatto con una donna del genere. Ne conosceva tanti di individui così, figuriamoci doverseli sorbire da morti! Non poteva trattarsi che di sua nonna Arcangela. La sua nonnina che leggeva gli Harmony nel gran lettone davanti all’armadio di legno intarsiato, tra i cui arzigogoli la sua mente di bambina fantasticava di mostri e serpenti notturni. Che cosa le poteva dire nonna Arcangela? In vita, certo, non era stata molto affettuosa. Povera donna, aveva dovuto badare a tre figli ed un marito ossuto e mitomane sempre un po’ ubriaco. Per questo era stata rigida per tanti anni. Ma non con lei. Da quando era nata lei, le cose erano cambiate e persino sua figlia Teresa l’aveva perdonata. Chissà, forse la morte non le aveva dato il tempo di finire quello che aveva iniziato? Fatto sta che a nulla era servito il colloquio con Mama Amina, la fattucchiera di Salma. A Serena, però, era piaciuto tutto il resto. Non le sembrava vero poter esplorare il mondo di Salma, la little Tanzania partenopea. La colf degli Alvieri l’aveva presentata alle altre donne nella cucina-sala d’attesa della guaritrice. E davanti al chai fumante tutte, svestitesi di ogni diffidenza, si erano abbandonate alle confidenze più crude. Come nello scrigno di un hammam, dove il vapore rilassa gli animi più legnosi e gocce di parole sgocciolano sui corpi come sudore, una aveva accennato al marito adultero, un’altra alla figlioletta che si rifiutava di mangiare cibi scuri, un’altra… Serena aveva trattenuto a stento le lacrime, commossa da tanta bellezza, ospite inattesa di un mondo di segreti e paure tutte femminee in quella deserta Varcaturo. E Mama Amina poi! Si aspettava una fattucchiera in piena regola, con tanto di trance e convulsioni, invece nulla! Una donnina in abito floreale, pacata e sorridente. Niente pozioni, niente amuleti, nessuno rito esorcistico, che delusione! L’esotismo tutto occidentale si era sgonfiato dinnanzi a quella donna così tremendamente canonica e maledettamente intuitiva. Le era bastato pochissimo per capire che Serena non poteva esser guarita, non ora, non da lei. Bisognava crederci nella guarigione e lei non voleva. E in questo responso lapidario, sì che era stata oracolare, quella Sibilla africana! Peccato che Serena non pensava di essere malata e per tutto il tragitto di ritorno Salma l’aveva rimproverata. “Tu, mzungu come gli altri, non credi cura africana… tu malata… malattia tua è in’da a’ capa…”. Serena non le aveva risposto nulla. Che cosa avrebbe potuto replicare? Che si concedeva il lusso di una malattia posticcia, alla faccia delle fame nel mondo? E quel senso di colpa atavico era eloquentissimo agli occhi di Salma, che alla fine aveva borbottato qualcosa nel suo swahiliano.
E ora di nuovo con questa storia della possessione e della maga Amina? “Dai, Salma, non preoccuparti. Sto bene. Sarà la carne… o l’influenza. “Salma? Non dobbiamo preparare la cena? Ma chi era alla porta?”. La voce della signora Luciana interruppe l’intimità tra le due donne. Serena per una volta le fu grata: era stata la sua dea ex machina quella donna tutta imbellettata e avvolta nel suo tubino di lana bordeaux. “Ah sei tu, Serena!” “Sì, sono venuta per consegnare l’elaborato corretto a Fabietto. So che domani partite per la neve… Non volevo disturbare…” “Ma quale disturbo? Resta pure quanto vuoi. Speravo avessi cambiato idea… avessi deciso di venire con noi a sciare…”. “No, signora…mi dispiace. Non posso… e poi preferisco così. … niente esercizi per la dislessia per qualche giorno”. “Dislessia? Ma quante volte devo dirti che mio figlio non è dislessico? È solo pigro… e svogliato…niente di più…”. Silenzio. La signora Luciana era una brava tessitrice di realtà parallele. Quando qualcosa non rientrava nei suoi schemi perfetti la camuffava con le parole e la forzava ad incasellarsi in un’altra gabbietta. Nessuno osava replicare. A che cosa sarebbe servito, poi? Bastava vederla in equilibrio precario su quei trampoli! Quel vestitino attillato lasciava scoperti pezzi di carne su cui la chirurgia non era riuscita ad intervenire. Non avrebbero mai potuto trovare un idioma comune, lei e Serena! “Fai come vuoi, mia cara. Fabietto è di sopra. Andiamo, Salma. Il signor Franco sta per tornare” E mentre quella chioma ramata ancheggiava verso la cucina, Salma la seguiva scimmiottandone i modi e lanciando sorrisini complici a Serena. Quest’ultima si arrampicò sull’immenso scalone, attraversò in fretta il ballatoio e si lanciò dritta in fondo al corridoio dove era la cameretta del bimbo. Bussò tre volte, era il loro segnale, e una vocina dall’interno la invitò ad entrare. Fabietto era lì come al solito, nel suo angolino preferito, in viaggio attraverso uno dei suoi mondi fantasy. “Ti ho portato il tuo tema. Mi è piaciuta tantissimo la storia della fatina con un’ala sola e del suo vampiro balbuziente. Ma non l’hai finita… che accadrà dopo?”. Le risposero solo i trilli del videogioco. E mentre osservava quegli occhi fissi e neri illuminati ad intermittenza, appoggiò il racconto sulla scrivania. “Secondo me saranno per sempre amici. Scivola anche per me domani. Ci vediamo presto” e si diresse verso la porta, orientandosi in quella luce fioca. “Li chiamerò Sere e Fab!”. E mentre chiudeva la porta sorrise a quel musetto che era già tornato nel suo mondo incantato. Scendendo, sentì la voce della signora Luciana: copriva ogni singolo rumore di villa Alvieri. Forse era già rincasato il signor Franco, ma non poteva giurarlo. Quell’uomo abitava la sua casa come un ospite attento a non lasciare traccia di sé, e rare erano le occasioni per sentire il suo vocione caldo e quella risata così stridentemente rumorosa. Solo una volta Serena l’aveva udito ridere, non era riuscito a trattenersi davanti alla storia della scimmietta sbronza di succo di cocco, che Salma stava raccontando a Fabietto. E per un attimo quell’uomo serioso aveva abbandonato la sua isola di numeri e statistiche per lambire lidi fiabeschi. Saranno mai stati felici lui e la signora Luciana? Che cosa era accaduto poi? Basta con quei pensieri! Serena era perseguitata dall’assillo della felicità. Pretendeva che tutto il suo mondo fosse felice. Era il suo metro di giudizio. Nella sua dichiarazione dei diritti umani non era contemplato quello all’infelicità. A passi felpati raggiunse la porta di ingresso, sapeva che Salma avrebbe trovato una giustificazione plausibile a quel mancato congedo. Stava ancora attraversando il giardino degli Alvieri quando si trovò china, mentre quella familiare poltiglia giallognola cadeva sulla menta della signora Luciana. Stava accadendo di nuovo. La menta le perforò le narici e le trasmise una sensazione di freschezza per tutta la gola. Si sentì ritemprata dal freddo e uscì in fretta, prima che qualcuno si accorgesse del misfatto. Per strada pochi passanti, tutti imbacuccati nei loro cappotti scuri. Si mise le mani in tasca e ritrovò il suo cellulare. Pensò. Provò a chiamare Luca. Nessuna risposta. Al solito! Annullò ogni pensiero su di lui, cercando di distrarsi. Era diventata esperta nel ricacciare la rabbia. Con quella pacatezza irreale la sospingeva sempre più in basso e faceva finta che tutto le scivolasse. Era così che gli altri la percepivano, calma e serena, e lei si inorgogliva per quella truffa ai danni di se stessa. Solo allora si ricordò di aver ancora la carcassa nella borsa: i fazzolettini impregnati di vomito. erano molli e caldi: li toccava con piacere sadico. Quel vomito sapeva di acido e ribellione. Sapeva di coraggio e di fuga. Era suo. E lei ora lo vedeva e l’avrebbero visto tutti gli altri. “Serena! Anche tu ancora in giro con questo freddo polare!”. Quella voce rapida e continua interruppe bruscamente il flusso dei pensieri. “Carmen! Ciao! Scusami, ero sovrappensiero…” e partì alla ricerca delle sue adorate frasi di circostanza. “Beata te che puoi avere la testa tra le nuvole! Ti invidio, sai… io non ho tempo di fare neanche quello! Vorrei avere anche io tutto questo tempo libero” aveva replicato subito lei. La conversazione era cominciata col piede sbagliato. Non aver tempo? Ma che frase era? Il tempo siamo noi a quantificarlo, ad intrappolarlo in fisse scansioni, ad ornarlo di mille aggettivi. Siamo noi a decidere come e se impiegarlo. È solo questione di priorità. Serena cercava disperatamente formule per nutrire quella conversazione insulsa. Per sua fortuna, non fu necessario trovarle. Carmen desiderava solo parlare di sé e non si preoccupava di concedere all’interlocutore il proprio turno. Così riprese a blaterare qualcosa. La si vedeva muovere convulsamente le labbra per articolare tante, troppe parole mute. Sicuramente stava disquisendo su suoi mille impegni. Questa Madre Teresa logorroica si occupava di tutti i casi umani del centro di accoglienza diurno della città. A suo dire, si caricava delle pene del mondo, sollevandole dalle spalle dei più sfortunati. Le stava sicuramente narrando la sua ultima fatica di Ercole. Serena non sentiva nulla ma lo capiva da quella mimica tronfia, con cui si autocelebrava. Carmen era un sua amica. Una sua conoscente. Diciamocela tutta: una vecchia compagna delle elementari! Maledette definizioni! D’accordo, tra lei e Carmen non vi era mai stata molta empatia e si sapeva, Serena era una eufemismo-dipendente. Insomma la odiava quella salvatrice del mondo! Era una di quelli che Serena chiamava xenofili a tutto spiano! Una sempre pronta a spendersi e spandersi per immigrati, alcolizzati, prostitute, drogati, tutto ciò che la società etichettava come diversi e poverini. Ma conosceva sul serio qualcuno tra quelli per i quali si prodigava? Figuriamoci! Aiutava tutti a patto che rimanessero nella categoria dei bisognosi. Era una neo-colonialista, quella benefattrice! E in fondo non si preoccupava seriamente dei mondi al di là del suo naso aquilino! Smise di svolazzare fra i suoi pensieri e atterrò direttamente sulla conversazione. “Alla fine è inevitabile! Guarda, la presenza bianca è necessaria in Africa. Deve esserci sempre qualcuno di noi a supervisionare il lavoro. Si sa che gli Africani hanno la loro concezione del tempo. Sono un po’ pigri e svogliati e noi dobbiamo insegnare loro come si produce!”. Che cosa? Serena si pentì amaramente di aver interrotto le sue peregrinazioni mentali. Fece finta di non aver udito quelle parole. Il suo stomaco, però, si rifiutò di assecondarla. Questa volta era troppo. Carmen non poteva passarla liscia. Ci si aspettava tutt’altra filosofia da lei! Non faceva anche la volontaria presso l’Afrohelp? Serena girò solo il capo da un lato, lo chinò leggermente e lasciò che quel fiotto cadesse sul marciapiede, poco distante dalle scarpe griffate di Carmen. Con assoluta naturalezza si asciugò le labbra con l’unico fazzolettino superstite, mentre Carmen parlava e parlava. “Serena, ma stai bene? Sei malata? Non è che sei incinta?”. Questa volta fu il 33 a salvarla. Il pullman si fermò proprio davanti alle due ragazze e Serena lo colse al balzo. “Ma che dici, Carmen! È solo il virus dell’influenza. Scappo ora, altrimenti non arrivo più a casa.”. Le labbra di Carmen disegnarono parole nell’aria ma nessuno, per fortuna, poté udirle, tranne lei: Serena era già salita a bordo della sua scialuppa di salvataggio e i vetri si chiusero proteggendola dall’esterno. Come un automa si lanciò su un sedile e tastò la tasca dei pantaloni per assicurarsi di aver con sé l’abbonamento. Non era il caso di beccarsi anche una multa! Tastò ancora la sua borsa. Il corpo del reato era ancora lì. Doveva disfarsene prima di arrivare a casa. Ad un tratto sbatté contro il sedile davanti per la brusca frenata. “Mi scusi, signorina. Avevo dimenticato che ci fosse questa fermata. Sa’, la stanchezza…”. Solo allora Serena si accorse di essere sola sul pullman. Sorrise gentilmente all’autista. Poi le porte si aprirono di nuovo e un bastone sbilenco cercò di arpionare i gradini di accesso, mentre una vocina pastosa mormorava qualcosa. Serena scorse dal vetro una vecchietta che con mille difficoltà tentava di scalare la sua montagna. Si alzò e scese. Le porse una mano invitandola ad appoggiarsi a lei. L’anziana donna, tutta infagottata, con le sua caviglie sottili e bianche sotto la gonna verdone, non disse nulla, si affidò completamente a quelle forti piccole spalle. Serena si sentì felice: una sconosciuta la investiva di fiducia, così, gratuitamente, inaspettatamente. Bisognava essere dei bambini o degli anziani per affidarsi agli altri? Perché la maggior parte della gente non si lasciava mai andare? Scortò quella bambolina in carta pecorita fino al sedile. “La ringrazio, signorina. Di solito non viaggio mai a quest’ora. Ma oggi era un giorno speciale… l’avevo promesso…” Serena se ne stette a godersi quello spettacolo. Le piaceva quella donna misteriosa e le piaceva l’idea che il tempo non le avesse trafugato i segreti e le promesse. Percorse con uno sguardo incuriosito la sua fisionomia. Gli occhialoni da miope le rimpicciolivano due occhi color zucchina, ombrati da ciglia nerissime. Le mani affusolate erano poggiate l’una sull’altra, disadorne, tranne che per quell’anellino al mignolo. Sembrava uno di quegli anelli di bigiotteria che le bambine usano per atteggiarsi a gran signore. Forse aveva un nipotina. “Dove scende lei, signorina?”. “In via Corigliano, signora…”. “È una bella zona quella lì! Vi ho abitato per quarant’anni, prima che morisse Pietro. Chissà se c’è ancora quella signora che vendeva dolciumi. Mia figlia andava matta per le gomme a forma di pallina!”. Profumava di lavanda e le ricordò sua nonna Arcangela e i sacchettini colorati che nascondeva nei cassetti. Si sentì a casa, sollevata. “Sta meglio, signorina? Oggi pomeriggio è scappata come una furia…”. Questa volta Serena rinvenne piacevolmente dai suoi viaggi, come fosse stata destata da un bacio soffice o dalla voce sussurrata all’orecchio di sua madre, quando la svegliava da bambina per fare colazione. Una lacrima le rigò il viso e le sue labbra avide ne catturarono l’anima salina. “Sto meglio, signora… grazie…”. Non riuscì a dire nient’altro alla vecchietta. Si abbandonò allo sciabordio delle emozioni. “È arrivata, signorina! È la sua fermata questa qui. Scenda! Sua madre starà in pensiero…”. Come ipnotizzata Serena sorrise a quel bel viso grinzoso e scappò dal pullman. Non le importava di sapere se avrebbe rivisto la vecchia, se era reale oppure frutto della sua mente truffaldina. Non si voltò indietro e imboccò il vicoletto che conduceva al suo palazzo. Lo vide, appena voltato l’angolo. Giallo e rosso con le piantine di sua madre: una foresta pluviale in quel deserto invernale. Immaginò le sue pantofole viola, la gatta bianca, che le si sarebbe strusciata un attimo prima di appollaiarsi chissà dove, sua madre verde rabbia e suo padre nero baffi sempre lì, ad accoglierla, nonostante tutto. Acchiappò la palla di fazzolettini dalla borsa e la lanciò nel bidone grigio davanti al suo portone. Aveva fame.

Baridi:freddo
mzungu: bianca, occidentale
hapana: no, affatto, niente
pole: poverina
lakini, hakuna matatizo: ma non c’è problema
sana: molto
Mungu wangu: Dio mio
tena: di nuovo, ancora