Arrivò Alice – Alessandro Mengoli

ARRIVO’ ALICE di Alessandro Mengoli

Voleva arrivare primo. Era sempre stato così. Fin da piccolo quando giocavamo tutti insieme a pallone. Doveva sempre vincere, più che altro segnare, sennò era un dramma. Era maggio, dopo scuola, prima di andare a casa a fare i compiti , ci fermavamo a fare una partitella. E lui doveva distinguersi. O era una maglietta del Bayern Monaco o un nuovo paio di scarpe da calcio troppo tecniche per la nostra partita. Al di là degli accessori erano gli occhi che cambiavano. In classe erano distaccati, lontani, chissà dove. In partita brillavano, erano attenti a qualsiasi movimento, sempre in cerca di un bel assist da piazzare in rete. Una mania, decisamente. Da grande ne avrei capito la causa e anche le conseguenze, allora la consideravo spacconeria. Lucio era così. Io sapevo che non era solo quello o forse lo speravo solo. Quel pomeriggio vinse la mia squadra. Avevamo Gonzalo un argentino fortissimo cresciuto a latte e goal, là hanno solo quello. Gonzalo fece due reti, Lucio una sola. Alla fine tutta la mia squadra era a idolatrare Gonzalo. Io presto me ne staccai, avevo già troppi idoli e un sacco di compiti da fare per domani. Raggiunsi Lucio.
– Ehi! Forte l’extracomunitario, eh?
– Non così tanto, poi.
– Brucia, eh?
– Cosa?
– Eddai!
– Piantala!
– Va bene, Lucio, parliamo d’altro, non sei sportivo abbastanza.
– Senti frocetto non è aria eh?
– Va bene, va bene. Hai fatto la versione per domani?
– No, tu?
– Nemmeno io. Vieni a farla da me?
– No, vieni tu da me, non mi va di vedere tua sorella.
– Cos’hai adesso che non va con Alice?
Lucio aveva una cotta per Alice. Tutti i miei compagni erano attratti da lei. Aveva due anni più di noi. Era in terza liceo. Questo all’epoca bastava per essere attraente ai nostri occhi annebbiati da tempeste ormonali. Avremmo capito solo più tardi che era vero il contrario.
Alice era figlia di mio padre. Mia sorellastra. L’avevo conosciuta solo quattro anni prima, quando ha suonato alla nostra porta consegnando una lettera a mio padre. Quella sera si scatenò una bufera di una forza inaudita sulle nostre vite. Rase al suolo facciate, perbenismi, bugie perpetrate per anni. Papà fino allora, ci aveva tenuto nascosto un pezzo del suo passato. Un lungo lasso di tempo, denso di avvenimenti.
Passione, innamoramento, convivenza, maternità e disfatta. Ecco l’evoluzione e l’implosione. L’inizio e la fine.
A cena quella sera fu servito tsunami e bomba atomica. Vedevo solo la tensione della mamma che raggiunse l’apice con una fuga da tavola ed un perfetto “Scusate, cari, ma non mi sento troppo bene. Mi ritiro. Buona notte.” Il solito stile impeccabile, regale, da mamma. Papà sembrava su un altro pianeta. Guardavo la causa di quella deflagrazione ma senza rabbia. Alice mi guardava con complicità. Quella che scatta tra bambini soli in un mondo di grandi.
Finimmo di mangiare. Papà mi chiese di accompagnare Alice nella camera degli ospiti. Lei prese la sua valigia e mi seguì.
– Nanetto?
– Non sono nanetto, sono il terzo più alto della mia classe.
– Certo, spilungone come si sta qui nel castello?
– A casa dici?
– Sì qui con la regina e il traditore.
– Cosa?
– Lascia perdere. Come si sta qui?
– Bene, anche se la casa è troppo grande e io mi annoio.
– Come fai a sapere cos’è la noia?
Non risposi. Non sapevo cosa dire. Copiavo le frasi di mamma, tra cui c’era questa sulla noia. Avevo dodici anni, ero un bambino ricco molto solo. Figlio unico di una ricca ereditiera e di un dongiovanni incastrato. Quella era la prima sera con Alice.
Alla nonna non piaceva papà. Diceva sempre che se il nonno fosse stato al mondo papà sarebbe stato diverso. A me e alla mamma piaceva molto, invece. Con me era molto divertente. Mi portava in giro in motorino e io mi sentivo di volare. Il vento in faccia, la velocità che mi scompigliava i capelli. Il privilegio di non lavorare gli dava tutta la leggerezza del ragazzino e mi dedicava molto tempo. La mamma lavorava alla gestione della società ma con tutti i vantaggi di essere la figlia del boss. Spesso eravamo tutti insieme e papà ci portava a fare una gita attorno a Ferrara.
Da quando avevo cominciato le medie le cose erano cambiate. Adesso sono sicuro che a cambiare non sono state le cose ma io. Crescendo preferivo la solitudine. Mia madre e il suo bon ton mi sembravano fuori dal tempo e papà spesso ricordava di più un clown di un circo che nessuno va più a vedere più che un padre.
Alice portò aria nuova, quella dopo la tempesta e le silenziose battaglie di mia madre. Non l’ho mai vista urlare e certe volte l’avrei voluta vedere gridare la sua rabbia in faccia a papà piuttosto che continuare con quella guerra fredda. Niente sembrava essere cambiato. I ritmi erano gli stessi, i discorsi i medesimi: eravamo solo uno in più. A tavola, in macchina, al cinema. Era arrivata Alice, nel bene e nel male, nel silenzio e nel rumore. Il silenzio di mia madre e il rumore che veniva dalla sua camera. Alice ascoltava musica che fino ad allora era bandita da casa ed io ero troppo piccolo per interessarmene. Era il rock. Alice ne impazziva e presto avrebbe rapito anche me.
– Questa è la camera degli ospiti. Le dissi la prima sera.
– Ti sbagli nanetto, questa è la mia camera.
Saltò sul letto. La camera anonima, fatta per chiuque passasse da casa e volesse fermarsi, strideva con la personalità invasiva di Alice. Ricordo ancora perfettamente quella sera nella camera della mia futura sorella.
– Sei contento che da questa sera hai una sorella?
– Mmm, non lo so.
– Hai detto che ti annoi. Con me non succederà più.
– E come farai?
– Sono una giovane strega che conosce molti trucchi e incantesimi. So far ridere e piangere i bambini quando e come voglio.
– Ehi sono piccolo ma non stupido. Non devi piacermi per forza.
– Senti il nanetto che discorsi da grandi che fa!
– Ti ho detto che non sono nanetto, hai capito?
– Ok ok non scaldarti spilungone. Cosa ti va di fare?
– Guardarti.
– Ti piaccio?
Non dissi niente. Mi congelò. Ovviamente mi piaceva. Alice era vita pura, fuoco e vento insieme, non si poteva spegnere. Era ritmo, erano chitarre elettrizzate e batterie tuonanti che da quella sera i muri della camera ascoltarono per molti anni. La mia campana di vetro si sarebbe incrinata e poi frantumata a colpi di basso gutturale. Avrei lacerato il mio bellissimo baco per volare con le mie ali lontano dal mio nido. Con mamma le cose andavano peggio di prima. Si era rifiutata ostinatamente di amare Alice come invece facemmo tutti noi, cane compreso. Lucio compreso.
– Non ne ho voglia Luca, non voglio vederla oggi, non mi va.
– Cos’hai Lucio? Ci dev’essere qualcosa che non so. Cosa mi stai nascondendo? Guarda che vado a casa e chiedo a Alice. Lo sai che lei mi racconta tutto. Lei ama suo fratello.
– Non mi va e basta!
– Senti frocetto, Alice è mia sorella e ho il diritto di sapere che cosa sta succedendo. Dopo la versione tornai a casa. La porta della camera di Alice era chiusa. Strano. Da fuori si sentivano le chitarre acustiche, questa volta, ancora più strano. Bussai. Niente. Bussai più forte. La porta si aprì.
– Ma sei tu, rockstar! Mi chiamava così quando indossavo il chiodo che mi aveva fatto comprare due settimane prima al mercato dell’usato.
– Ciao Ali. Come stai?
– Non c’è male, Lu. Stavo studiando. Dimmi, cosa c’è?
– No è che Lucio ha un comportamento strano ultimamente. Non riesco a capire cosa gli passa per la testa. Mentre parlavo le mie sinapsi cominciavano a mettere insieme un puzzle. Un puzzle a cui speravo sarebbe sempre mancato un tassello. Non potevo, non volevo, vederlo finito. La musica scandiva i minuti ed io ascoltavo Alice raccontarmi balle infruttuose. Anche se non completo il puzzle mi dava il senso dell’immagine che la mia mente stava mettendo insieme. Da qualche tempo Alice la si vedeva in giro con gente strana. Gente più grande. Lei non raccontava molto. La musica che ascoltava parlava al suo posto e la scelta melodica di quel pomeriggio non presagiva niente di buono. Lucio sapeva ed io no. Era questa l’unica sensazione che provavo. Tradimento. Alto tradimento al fratello. Dovevo cercare di sapere per altre vie. Lei era ostinata come mia madre. Solo in questo erano uguali anche se di sangue diverso. Passai la cena pensando a cosa ci fosse sotto. I miei distanti l’uno dall’altro dopo il suo arrivo lo erano da un po’ di tempo anche con me. Non riuscivo a capire. Lei non c’era. Alice, dove sei? Perché non mi dici la verità? Cosa mi stai nascondendo? Da cosa cerchi di proteggermi? Volevo la verità. Volevo vederci chiaro. Era da troppo tempo che questa storia stava andando avanti.
Me ne andai a letto ma non riuscivo a dormire. Mi sentivo male. Avevo un bruttissimo presentimento. Come se una parte di me si stesse staccando. Penso di essermi addormentato. Ad un certo punto mi sono alzato. Ero stanco di aspettare. Ero stanco di sentirmi tradito dalla due persone che amavo di più. Non potevano tagliarmi fuori a questo modo, non glielo avrei permesso. Io ero al centro del loro rapporto. Decisi di andare da Alice di svegliarla e di parlarle, per sapere, per conoscere la verità, quella dalla quale mi stava proteggendo. Non riuscivo ad alzarmi, ero paralizzato. Il mio corpo tremava come una foglia, come se fuori ci fosse una tempesta di neve, come se fosse spaventato per una verità che non ero pronto ad accettare. Nel delirio di quella notte feci un sogno terribile. Vedevo Lucio e Alice insieme in camera di lei. Si stavano baciando. Cominciarono a spogliarsi con bramosia. Lui era paralizzato. Lei conduceva il gioco. I corpi affamati si presero con un impeto animalesco. Lui era sopra di lei. Lei a bocconi come per cercare di non vedere quello che stava succedendo. Entrambi estasiati, ansimanti, sudati. I loro corpi improvvisamente si fermarono. Lui scappò da lei. Quel brusco movimento la congelò. Io mi svegliai di soprassalto. Che sogno terribile. Sogno premonitore o déjà vu? Non capivo. Forse non volevo capire ed arrivare alla terribile verità. Mi alzai risoluto e stanco di attendere una verità che non voleva venire. Andai a prendermela. Il corridoio sembrava l’arcata centrale di una cattedrale gotica. Scuro, austero, gelido. Penso di aver avuto la febbre, tremavo troppo per essere pura paura. Avanzai velocemente per scappare dal buio che mi faceva paura e per arrivare alla verità. Entrai in silenzio. La fioca luce del corridoio si disperse nella stanza.
– Alice devo parlarti.
– Svegliati per favore.
Il silenzio. Alice era uscita o dormiva della grossa.
– Alice per favore, sto male! Mi decisi ad accendere la luce. Non capì subito quello che vidi. Era qualcosa che non vedevo da tempo. Da diversi anni ormai. Qualcosa che pensavo di aver dimenticato. Un dettaglio trascurabile. Era quella camera. L’anonima camera degli ospiti prima di Alice. Chiusi e riaprì gli occhi. Non capivo. Cosa stava succedendo? Dov’era mia sorella? Dov’era la sua camera? Provai ad uscire nel corridoio. Pensai di aver sbagliato camera. Non era possibile. Non ce n’erano altre a quel piano. La riaprì. Ci rientrai. Niete. Anonima camera degli ospiti. Alice? Mi spostai verso il letto. Allucinazione da febbre alta? Dov’è la tua roba? Dove sono i nostri mostri sacri del rock? Mi girai. Vidi come un’ombra dietro le mie spalle muoversi velocemente. I miei occhi si mossero veloci. Sembravo Lucio cercare l’assist. Nello specchio vidi A-L-I-C-E
Burrone. Vertigine. Panico. Il vuoto. Svenni.
Mi risvegliai in camera con un dottore che mi stava provando la pressione.
– Luca, ben tornato. Disse il medico.
– Mamma, dov’è Alice?
La mamma di fianco al letto preoccupata ma distante, come se fosse arrabbiata con me, non rispose. Papà seduto sulla poltrona ai piedi del letto allontanò lo sguardo, non riusciva a guardarmi in faccia.
– Mi volete dire… Non finì la frase. Mi tornò alla mente l’ultima immagine che avevo visto nella sua camera. Presi coscienza di cosa mi fosse successo. Presi coscienza di un altro me. A-L-I-C-E