Esercizi di Tonia Brancaccio

Scrivere incipit e fine del racconto (F.Kafka “La partenza”)
Il servo non comprese

Il salotto è completamente immerso nella penombra. In inverno dopo le quattro del pomeriggio è già buio ed il tramonto è solo un breve rammarico, un rapido singulto di nostalgia.
Ignoravo volutamente, dandogli le spalle, il grande camino in pietra, dentro cui crepitava un invitante fuoco. Dritto davanti alla finestra, con le mani dietro la schiena, come un generale in esilio, che passa in rivista le sue truppe immaginarie, guardavo fuori.
Conoscevo a memoria quel paesaggio, ci ero cresciuto dentro come un ragazzino in un cappotto troppo largo. Invecchiavamo insieme quella casa ed io, invecchiavano insieme io e la nodosa quercia che vedevo dalla finestra, affondando entrambi nella stessa bianca solitudine, nella stessa ovattata indolenza. Solo che l’albero la chiamava neve, ed io noia.
All’improvviso attraverso la coltre di quel silenzio arrivò il suono di una tromba. Dapprima sommesso, vago, come se provenisse da sott’acqua o da un altro pianeta, poi sempre più cristallino, chiaro, inevitabile.
Servo!- urlai- presto un cavallo! Fai preparare subito il mio cavallo, mi senti? Perché mi guardi imbambolato!-
Il servo non comprese. Andai lo stesso nella stalla, sellai il cavallo e montai in groppa. Udii suonare una tromba in lontananza e domandai al servo cosa significasse. Egli non lo sapeva e non aveva udito niente. Presso il portone mi trattenne e chiese: “Dove vai signore?”
– Vado a vedere cosa succede, servo. Questa tromba non può che significare una sola cosa: guerra! L’ultima possibilità per questa generazione molle e decadente di valere qualcosa, di coprirsi di onore, di offrire tutta se stessa alla sua gloriosa patria, ecco dove vado.
Il servo non comprese. O forse comprese fin troppo bene, perché aveva già visto altro giovane sangue scorrere per la patria, senza per questo renderla più gloriosa. La terra diventava solo più scura, e gonfia per quell’inatteso dono. Il servo conosceva anche quell’arroganza che il suo signore aveva negli occhi, di cui la giovinezza ci ubriaca, così rispose senza scomporsi affatto, senza nessuna inflessione della voce, pacata e spessa come la neve intorno:
– Bene signore, vuol dire che non preparerò il suo coperto stasera per cena.
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Io in 10 righe

Sono una giornata di marzo: promesse di primavera e vento ancora pieno d’inverno.
Cerco sempre un equilibrio, irrimediabilmente parziale, fra tutti i miei opposti. Posso essere generosa, solare,ironica, ma anche tagliente,inquieta. Una bomba innescata, un grumo d’orgoglio da maneggiare con cura.
Sono una casa con tante finestre, tutte ben esposte alla luce. Da fuori puoi vedere bene dentro e tutto è sempre in ordine, allegro e piacevole, ma la casa è piena di stanze chiuse.
L’ordine del salotto si paga col disordine della soffitta.
Sono una luna malinconica, basta la canzone sbagliata a vestirmi di tristezza.
Sono un sorriso, una battuta sempre bendisposta a saltare fuori. Sono un vino scontroso che devi assaggiare più di una volta affinché il suo retrogusto amaro non ti infastidisca.