Esercizi di Milli Ruggiero

Scrivere incipit e fine del racconto (F.Kafka “La partenza”)
La peste di Eyam

Mi parve che si fosse levata infine l’alba sui borghi di Eyam, livida e gelida come i corpi degli appestati, che ormai i monatti non raccoglievano più, o forse era già il tramonto, no, mi pareva proprio l’alba, iniziavano assieme il giorno e i miei primi sintomi del contagio.
Un fuoco sprigionava dal mio corpo ardendomi vivo, un calore tale che mi sembrava potesse da solo scaldare la stanza e il servo che, accanto a me, mi proponeva vani medicamenti. Ma il morbo a Eyam non aveva finora risparmiato nessuno, a cominciare da quel maledetto sarto che aveva l’abitudine di importare le sue stoffe pulciose ed infette, però..ecco, adesso udivo che da lontano i preti anglicani chiamavano a raccolta per l’antidoto! Urlai al servo di prendere il cavallo e correre al galoppo per procurarmelo ma le parole mi uscirono confuse.
Il servo non mi comprese. Andai io stesso nella stalla, sellai il cavallo e montai in groppa. Udii suonare una tromba in lontananza e domandai al servo che cosa significasse. Egli non lo sapeva e non aveva udito niente. Presso il portone mi trattenne e chiese:
“Dove vai, signore?”
“A Londra, stolto, e lascia quella briglia!”
Ma lui, concitato, mi pregò di tornare in casa, mi disse che il delirio mi impediva di ragionare, gli anglicani già da mesi avevano isolato Eyam con un alto muro perimetrale.
La tromba continuava a suonare, mi chiamava allora a qualcos’altro, qualcosa che non comprendevo. Ma a chi chiedere? Forse raddoppiando le dosi dei medicamenti…
Scesi dal cavallo gettandomi quasi a peso morto verso le braccia tese del servo, ed entrambi cademmo sulla paglia. Incrociai il suo sguardo e vi lessi la temuta verità: quella tromba esisteva solo nella mia mente. Suonava il mio richiamo dal mondo dei vivi.

Spunto ispiratore tratto da Google: “La peste di Eyam. Nel settembre del 1665, George Viccars, un sarto aprì un pacco di stoffa umida e la mise ad asciugare vicino al fuoco. Senza saperlo scatenò una nuova epidemia, il pacco proveniva infatti da Londra dove la peste bubbonica infieriva da mesi. Pidocchi e pulci erano compagni abituali ancora nel XVII sec. E lo sventurato sarto non fece caso ai morsi che ricevette. Fu colpito dalla peste, nel giro di una settimana era morto. La peste era scoppiata nel villaggio di Eyam. Le cure mediche a quei tempi erano approssimative, contrarre la peste significava morte certa; molti abitanti si prepararono ad abbandonare la città, ma i due pastori anglicani del paese decisero di impedire l’esodo. Parlando congiuntamente persuasero i concittadini a restare in paese. Eressero un muretto di pietre per impedire l’accesso di stranieri. Le provviste di cibo e gli indumenti che giungevano dai vicini paesi erano deposti presso le pietre di confine. L’orrore si intensificò col passare dei mesi, ormai non si celebravano più i riti funebri e, esauriti i posti nel cimitero, i cittadini venivano seppelliti nei giardini. Le preghiere degli sfortunati abitanti furono esaudite nel 1666 quando non si registravano nuovi casi di peste. Erano sopravvissuti solo i due pastori e 88 persone delle 350. Il volontario isolamento della cittadina fu un atto di eroismo salvando molte altre vite dalla morte certa.”