Esercizi di Andrea Masiero

Scrivere incipit e fine del racconto (F.Kafka “La partenza”)
RATTO

Non ricordo quanto tempo ero rimasto senza conoscenza, malato e con il corpo ricoperto da pustole putrescenti.
Il popolo mi chiamava “Il Signore degli Inferi” perchè nessuno si era mai ripreso dalla febbre gialla, ma io sapevo di non poter perdere la mia vita, perchè avevo un compito da realizzare, più importante della vita stessa.
Mi alzai dal letto fradicio di sudore e barcollando andai verso il catino dell’acqua, in cerca di refrigerio. Ascalafo, il servo, mi sosteneva cingendomi alla vita.
Alzando la testa dall’acqua, vidi il mio volto riflesso nello specchio, e un brivido freddo salì lungo la schiena. Ero dimagrito con gli occhi pesti, la barba sporca e una cicatrice lungo il collo. Ricordai allora la battaglia, le uccisioni, la carneficina e infine la freccia avvelenata infilarsi nella mia gamba, poi fu buio pesto.
Il servo aprì le finestre e la stanza s’illuminò di una luce rossastra, era l’alba di un giorno freddo. Capii che l’estate era finita e con essa anche il mio tempo.
Dovevo radunare i soldati, sferrare l’attacco finale e ritornare vittorioso nel mio regno, non avevo scelta, era già tardi. Sentivo che le mie forze svanivano.
Indossai solo l’elmo e la corazza, presi la spada, la legai alla vita, lo scudo nel braccio destro e lo scettro da sovrano nella mano sinistra.
“ Devo andare ” dissi.
“ Ascalafo, fedele compagno, il mio tempo qui è finito, avrai notizie di me nei mesi a venire. Addio ”.
Il servo non mi comprese. Andai io stesso nella stalla, sellai il cavallo e montai in groppa. Udii suonare una tromba in lontananza e domandai che cosa significasse. Egli non lo sapeva e non aveva veduto niente. Presso il portone mi trattenne e chiese: ” Dove vai signore? “.
“ A la muerte, a la muerte “ gridai con tutto il fiato che avevo in gola, piantai gli speroni nei fianchi del cavallo e partii al galoppo verso il mio destino.
“ Uomini ” pensai. “ Non capirete mai l’amore “.
Ora dopo ora, il giorno svaniva. Implacabile, il sole nel cielo segnava il suo cammino e prima dell’ultimo raggio di luce, io dovevo portare a termine il mio compito.
Lei era bella, doveva essere mia a qualsiasi costo, e venire via con me, per sempre.
L’esercito marciava a ranghi serrati verso la radura fiorita destinata a diventare l’ultimo glorioso campo di battaglia. A meno di un miglio di distanza, lo schieramento avversario. Ad un mio comando si sarebbe scatenato l’inferno.
E così fu, la terra venne bagnata dal sangue degli uomini, il cielo si oscurò, arrivò la lunga notte e finalmente lei venne con me. Rapita da me. E il suo nome, Persefone, tra gli uomini, divenne leggenda.
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Descrivere i propri genitori come se fossero i personaggi di un racconto.
GENITORI

Ho pensato per molti anni chi poteva essere mio padre, non ho mai saputo darmi una risposta. Ho cercato ma non ho trovato parole. Chi è mio padre mi chiedo e non so rispondermi. Descrivilo e non so descriverlo. Perché, mi mancano le parole? Le parole non arrivano e io non so che dire. Non lo so. Poi penso a quando da piccolo andavo a scuola e volevo la sua mano per camminare, ma lui non me la dava mai. Allora penso che neanche a lui forse suo padre gli aveva mai dato la mano. Forse non gli aveva mai dato niente. Ecco chi è mio padre, un bambino che non ha mai avuto niente. E mia madre? Chi è mia madre. Oddio. Non lo so.
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Io in 10 righe

Fin da bambino non sono mai stato veramente felice. Ho sempre dovuto darmi da fare per i miei genitori, pensare a loro, aiutarli, confortarli. Ho fatto tutto da solo fin da quando ero molto piccolo. Loro erano troppo occupati a litigare, lavorare, urlare, picchiare i miei fratelli. Io non volevo essere così come sono. Volevo fare l’attore di film western. Quando giocavo da solo e immaginavo che mi sparavano, ero bravissimo a fare il morto. Cascavo nel letto ferito a morte e stavo lì in una pozza di sangue. Poi mio fratello comprò un giradischi e io cominciai ad ascoltare la musica. Era sempre meglio che sentire le urla impazzite e le cattiverie che si dicevano i miei genitori. Poi un giorno, quando ho fatto diciotto anni, mio padre ha detto che potevo andare via di casa, perché ero maggiorenne. Così sono andato via.
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Cosa mi aspetto da questo laboratorio

Non mi aspetto certo di diventare uno scrittore qualsiasi e tantomeno uno scrittore famoso. Non mi aspetto di imparare a dire delle cose interessanti o intelligenti. Non mi aspetto di diventare un fine critico letterario o un esperto di scrittura. Non mi aspetto di migliorare il mio modo di scrivere o di ragionare. Non mi aspetto di imparare a parlare in pubblico e non mi aspetto di conoscere delle persone interessanti con cui potermi confrontare. Questa cosa poi delle persone interessanti non mi interessa per niente, non so nemmeno perché l’ho scritto. Insomma io da questo corso non mi aspetto un bel niente di niente. Sono qui solo per curiosità, per prova, passatempo, passavo di qua e mi son fermato. Non mi aspetto niente di niente, cosa dovrei aspettarmi da questo corso? Aspettarmi forse di smettere di dire bugie?