“Il cibo parla una sola lingua”. Lolita Timofeeva racconta il progetto mantovano

Diario di una giornata nel mantovano – Lolita Timofeeva

Che cosa potrebbe far interagire le donne-emigranti di comunità etniche diverse in Italia?

“IL CIBO PARLA UNA SOLA LINGUA” – hanno deciso nel mantovano e così hanno chiamato il progetto per il quale sono stata invitata il 23 di aprile. Alle nove e trenta alla stazione di Ostiglia mi ha accolto raggiante Ilaria, giovanissima Assessore alla cultura. Nella Biblioteca, dove sono stati trasferiti anche gli uffici del Comune, dopo il terremoto,  ci aspettava già un gruppo di donne extracomunitarie, timidamente sedute ai banchi, le voci dei loro bambini provenivano dalla stanza accanto.

“Da dove venite?” chiedo.

Tunisia. Marocco. India. Thailandia.

Cominciamo la nostra lettura-lezione. Io leggo il testo di Laila Wadia “Curry di pollo” e la responsabile del progetto di alfabetizzazione, dopo ogni pagina letta interroga le nostre ascoltatrici su quello che hanno appreso e riassume il significato con le parole più semplici.

Il racconto è spiritoso,  parla di cucina di due culture diverse, le donne divertite partecipano, parlando delle loro tradizioni culinarie. I bambini ogni tanto invadono il nostro territorio con il vociare di multilingue.

Arriviamo al punto dove si parla di Bossi. “E’ un politico italiano.” spiega la responsabile “Conoscete Lega Nord?”

“No” rispondono.

Cerchiamo di spiegare di cosa si tratta e in cosa consiste la legge Bossi-Fini. Avverto una leggera tensione.

Continuiamo la lettura. Sono curiose di sapere come finisce la storia e alla fine spieghiamo: “La protagonista è indiana, ma è cresciuta in Italia e come tutte le ragazze italiane non ci pensa a sposarsi presto. Prima vuole studiare, magari acquisire una professione e solo dopo fare una famiglia e dei figli…”

Alcune annuiscono, ma altre, si capisce che non sono dello stesso parere. Cambiamo il discorso. Non sapevo che la ricetta del cuscus marocchino è così diversa da quella tunisina.

Scopro anche che la cucina tailandese ha fatto dimagrire un marito italiano di cinque chili. Mi sa che dalla  settimana prossima cambio l’alimentazione.

Arriva Monica. Capisco subito che è una grande attivista. Salutiamo tutte e ci avviamo con la sua automobile verso Mantova.

Strada facendo parliamo molto. Di politica, di diverse comunità migranti a Ostiglia, di loro usi e costumi, della preoccupante situazione in Ucraina, della Lettonia, di sua mamma.

Al Comune di Mantova mi aspetta una sorpresa: nella sala del Consiglio arriva il Vice Sindaco e davanti allo stendardo della città mi consegna una collana di libri su Mantova.

“Ma capisce l’italiano?” chiede alla Monica indicandomi con lo sguardo. Sorrido. L’addetto stampa scatta una foto ricordo.

Monica mi porta nella trattoria gestita dalla sua cooperativa “Isidora”. Si chiama così in onore dell’opera di Calvino,  le persone che vi lavorano sono disabili.

Scelgo il risotto alla mantovana perché è fatto con l’ingrediente principe della cucina tailandese, la salsiccia dentro sarà la mia ultima trasgressione, da domani si cambia.

Monica beve il vino, io no. Non perché sono astemia, ma perché di pomeriggio devo fare un’altra lettura. Invece mi piacerebbe far compagnia a questa donna che mi sta incantando con i suoi racconti. Affascinante è la storia del gruppo dei disabili che un giorno decidono che la Calabria potrebbe piacere anche a loro e che sono stufi di passare la vacanza ogni anno sempre nello stesso villaggio sull’Adriatico. Mi sembra di esserci stata in Calabria con loro anche io, in quel viaggio avventuroso.

Prima della seconda lettura Monica mi accompagna a Palazzo Tè, dove passo due ore da sola. È un grande regalo per me. Contemplo la prospettiva illuminata dalle luci del sole già radenti e poi entro in tutti gli ambienti. Ogni volta che frequento questo luogo scopro dei particolari nuovi.

Alla seconda lettura c’è poca gente contrariamente alle aspettative di Monica. Era prevista la consegna di attestati ad alcuni stranieri, dopo un corso di formazione professionale culinaria. A rappresentare le autorità è una giovanissima ed elegante segretaria dell’assessore del Comune. Si mette in prima fila.

“Siamo pochi ma buoni dico” e inizio la lettura. Il racconto è di Igiaba Scego, una scrittrice italo-somala. Parla di crisi dell’identità di una donna meticcia, come lei, alle prese con le salsicce. Il racconto è molto duro: con delle parolacce, il vomito…

Quando alla fine alzo gli occhi capisco che la giovane segretaria stasera salterà cena. Un uomo italiano dell’ultima fila mi chiede dov’è pubblicato questo racconto. È venuto a ritirare l’attestato per la sua compagna straniera.

Penso al risotto alla mantovana che ho mangiato a pranzo. Con la salsiccia. Accompagnato dal vino sarebbe stato ancora più buono.

Monica mi accompagna al treno. “Vuoi un sacchetto per i libri?” mi chiede. Già, tra quelli su Mantova e quelli ricevuti in dono a Ostiglia ne ho una bella pila in mano. “No, grazie.” rispondo “Abito vicino alla stazione”.

In treno sfoglio i libri sul padre di Monicelli che era nato a Ostiglia, non lo sapevo. Le immagini in bianco-nero mi affascinano.

Il viaggio passa in un lampo. Cammino sotto i portici di Bologna. Ho sottovalutato il peso dei libri e ora sono costretta a fermarmi per sistemarli. Ma la pila si incrina e i libri rischiano di cadere. Mi abbasso per aggiustarli costretta ad appoggiarli per terra.

“Vuoi una mano?” sento dietro di me una voce rauca.

“No, grazie”, rispondo e poi mi giro.

È una donna in carrozzina per i disabili. Ha i capelli biondo platino di taglio corto. Rimango ipnotizzata dalle due macchie di color rosso carminio: il rossetto sulle sue labbra carnose e la scarpa laccata a tacco alto. La donna ha una gamba sola.

“Allora la vuoi o no una mano?” ripete. Poi fa un giro in carrozzina intorno a me e si allontana mormorando qualcosa.