Alex

Opere vincitrici del liceo Medi

ALEX
Barbara Julieta Bellini, nata a Buenos Aires figlia di migranti italiani e spagnoli

Era la mattina del 24 dicembre quando Alex partì dall’Albania per giungere sulle coste dell’Italia. Il gommone su cui viaggiava era pieno di gente sconosciuta, unita soltanto da un unico obiettivo: potersi permettere un domani possibile e, magari, migliore. Erano stretti e sudavano freddo, il mare gelido li bagnava, infradiciandoli e facendoli tremare. Nessuno di loro sapeva a cosa andava incontro, potevano solo sperare in una vita degna, pur sapendo che l’arrivo da clandestini li avrebbe privati di ogni traccia di dignità. Tutta la loro vita era rimasta alle loro spalle: lasciavano la famiglia, gli amici, i pochi averi a cui erano affezionati. L’acqua si agitava, la notte scese improvvisamente; il cielo cosparso di stelle mostrava la pace che mai avrebbero avuto. Non riuscivano a parlare; fissavano un punto indefinito nell’aria pensando ai figli e alle mogli, al proprio futuro, alla loro prossima vita da extracomunitari. Alex, con le mani quasi immobilizzate dal freddo, prese una sigaretta: -Hai da accendere?- chiese all’uomo accanto a lui. Questo era robusto e alquanto avanzato in età, i capelli radi e canuti, gli occhi chiari e dall’aria spenta.

-Certo-. Gli porse una piccola scatola di fiammiferi. –Sei albanese anche te?-.
-Sì… -. Stentava a parlare mentre invano provava ad accendere un fiammifero con le dita rigide. L’uomo gli accese un fiammifero, glielo diede.
-Grazie- disse Alex, quasi timidamente.
-Figurati… sono Gianni. Come ti chiami?
-Alexandru… Alex-. Non riusciva a capire dove il vecchio trovasse la voglia di instaurare un rapporto;lui non desiderava nulla… tornare indietro? L’amore per la famiglia non bastava a ricondurlo alla propria patria… i ricordi della fame e della miseria erano tristemente più forti. Arrivare alla costa? Non era così ingenuo da aspettarsi un futuro prospero, sapeva che il suo approdo in Italia avrebbe segnato l’inizio di un nuovo calvario. La morte? No, nemmeno quella; Alex era un uomo forte e mai si sarebbe arreso di fronte alle sfide della vita. L’uomo, intanto, parlava: -Sai, ho famiglia in Albania… due bambini e mia moglie. I miei figli sono ancora piccoli, uno ha quasi due anni, l’altro… –
Mentre quello parlava, Alex iniziò a pensare; quell’uomo dava una strana sensazione; gli dimostrava che, in quel gommone, nonostante tutti avessero vite totalmente diverse, qualche motivo li aveva condotti alla stessa via di fuga: la vita clandestina. Erano compagni, sembrava avessero stabilito un patto nel silenzio: la loro sopravvivenza contro le leggi stipulate dalla società.
-Spegnete quella sigaretta, bastardi!
Alex la gettò in mare, arrendendosi al fatto che d’ora in poi non sarebbe più stato “Alex”, ma “bastardo”.
Intanto Gianni gli chiedeva qualcosa sulla sua vita, sui suoi piani. I suoi piani? Non aveva la minima idea di cosa lo aspettasse là, oltre l’orizzonte del mare. In quel momento riusciva a vedere solo ombre in mezzo all’oscurità e i riflessi argentei della luna sulle onde violente; non poteva immaginare in alcun modo ciò che avrebbe vissuto il giorno successivo.
Guardò il vecchio, vide che il suo sguardo celava qualcosa. Il scintillio dei suoi occhi brillava nel buio, come due piccoli specchi che riflettevano la luna. Lo fissava, inseguiva lo sguardo di Alex… e, quando finalmente l’ha incrociato, ha cercato ciò che si nascondeva dietro quelli occhi scuri e ha sorriso.
Sbarcarono sulle coste della Puglia sotto il nero cielo notturno. Un uomo li aspettava appoggiato a un furgone. Era sulla cinquantina, con capelli scuri e la barba di una settimana, occhi chiari e la sigaretta fra le labbra sottili. I nuovi arrivati si guardavano attorno, intimoriti, sconvolti, tremanti di freddo.
-Fate poco casino e salite, in fretta!
L’uomo aveva avanzato pochi passi e con un gesto del braccio incitava i clandestini a salire sul furgone. Questi ci entrarono e sedettero per terra, su uno spesso strato di polvere. La macchina partì, facendo ribaltare gli uomini. Alex stava di fronte a Gianni, che volgeva lo sguardo verso l’alto, quasi potesse vedere il cielo oltre i limiti del furgone.
Avevano sonno, ma non riuscivano a chiudere un occhio; troppa ansia, paura, tristezza si agitava dentro di loro. Quando la macchina iniziò a rallentare, tutti improvvisamente perdettero il sonno e riacquistarono il timore. Il furgone si fermò, l’uomo scese e li fece uscire, e vennero giù uno dopo l’altro come condannati. Si diressero verso un casolare, dove l’unica luce proveniva dalla luna, che si intravedeva attraverso una piccola finestrella sporca di terra e di polvere. Nessuno parlava, finché l’uomo si schiarì la voce e disse:
-Io sono Luigi, il vostro caporale. E’ semplice: voi lavorate per me, io vi do una percentuale del guadagno; io decido orari, percentuali, spostamenti. Non dovete farvi notare se non volete tornarvene in Albania a crepare di fame. E’ tutto chiaro?
No, nulla era chiaro: loro non parlavano italiano, e Luigi lo sapeva bene. Eppure sapevano che aveva spiegato la loro condanna e non avevano scelta: clandestini in Italia o morti in Albania. Così annuirono lentamente, guardando il “capo”.
-D’accordo. Stasera dormite qui, domattina verrò a prendervi. Niente casino-. E se ne andò lasciando tutto nel silenzio più assoluto. Gli uomini iniziarono pian piano a sedersi sul pavimento, alcuni accesero una sigaretta, altri cercarono di dormire. Alex si avvicinò a Gianni, che gli disse:
-Domani iniziamo.
-Parli italiano?
-Capisco solo qualche parola… Imparerai, se vuoi andare avanti. Se vuoi posso darti una mano… Adesso però è ora di dormire, domani sarà una giornata dura.
Così si sdraiò sulla polvere e chiuse gli occhi. Alex lo imitò, ma il sonno tardò ad arrivare. -In piedi, forza!
Alex aprì gli occhi e subito pensò al freddo, che gli stava immobilizzando piedi e mani. Attorno a lui, nella luce sbiadita del sole di dicembre, gli altri cominciavano ad alzarsi e a dirigersi verso la porta. Fra loro intravide Gianni e, quasi istintivamente, lo seguì. Questo si girò e, vedendolo, sorrise.
-Dormito bene? – gli chiese.
Alex mentì e annuì in silenzio, allora alzò lo sguardo e vide Luigi, il caporale, che apriva il furgone e poi si avvicinava a loro, dicendo:
-Oggi vi porto in cantiere. Quattro di voi si fermano a Foggia, cinque a Bologna, altri cinque a Brescia e due a Verona. Resterete in cantiere una settimana, poi verrò a prendervi e cambierete città. Non date nell’occhio e durante il viaggio non muovete un muscolo, compresi? Mentre parlava si aiutava con i gesti, era importante che capissero. Tutti avevano più o meno afferrato il concetto, così assentirono e si diressero verso il furgone.
Il viaggio pareva infinito; nessuno voleva parlare, perciò si limitavano a guardare per terra e cercare di non pensare, per quanto fosse difficile. Ogni tanto il camioncino si fermava e sentivano la voce di Luigi che cercava un modo per poter proseguire senza che il furgone venisse controllato. Pertanto, quando il capo riusciva a ripartire, un enorme sollievo generale circondava gli uomini seduti in cerchio.
Ad ogni fermata i clandestini si guardavano tra loro, aspettando che qualche volontario andasse incontro ad almeno 10 ore di lavoro infernale. E, dopo una breve attesa, due, quattro, cinque di loro scendevano rassegnati verso il loro triste destino. Alex si era prefissato di scendere insieme a Gianni, che aveva trascorso tutto il viaggio a occhi chiusi e labbra semiaperte, come prigioniero di una favolosa visione straordinaria. Finalmente, dopo circa undici ore di viaggio, giunsero a Verona, dove Gianni alzò lo sguardo triste, e lentamente scese dal furgone. Alex lo seguì, Luigi chiuse il camion e i due rimasero lì, a fissare quel veicolo di schiavi che si allontanava fino a perdersi nella distanza. Fu Gianni il primo ad avanzare alcuni passi e, con Alex alle calcagna, entrò nel cantiere, dove trovarono decine di uomini, alcuni arrampicati sui ponteggi, altri che trasportavano enormi carichi, altri ancora che urlavano bestemmiando. Uno di loro, su un’impalcatura, li chiamò:
-Ehi, voi due! Avete intenzione di stare lì impalati tutto il giorno?!
Con fatica Alex e Gianni salirono verso di lui.
-Io sono Andrei… siete nuovi, vero?
Lo disse con un sorriso dall’aria dileggiante, ma sembrava comprensivo e ben disposto.
Annuirono, si presentarono, gli strinsero la mano. Alex prese una sigaretta dalla tasca, ma ricordò di non avere con sé né accendini né fiammiferi. -Hai da accendere?
-Sicuro- Andrei gli porse l’accendino. – Intanto vi spiego come funziona… Si inizia alle 7.00, si finisce alle 19.30. La sera dormiamo qui, per strada è troppo rischioso. Se bisogna andar fuori, lo facciamo uno alla volta, per non dare nell’occhio. Vedete quel tipo laggiù, che parla al telefono, vestito di scuro? Quello è il capo, Lorenzo… vi conviene tenervelo buono, ha potere su di voi. “Mai le mani in tasca”, ve lo dirà continuamente… non state fermi un secondo, dovete lavorare, lavorare, lavorare. Se avete bisogno chiedete a me o ai ragazzi qua intorno, l’importante è che non vi facciate mai vedere con le mani in mano.
Infatti, Lorenzo aveva appena smesso di parlare al cellulare e, girandosi, aveva visto i tre intenti a parlare.
-Ma che pensate di fare?! Muovetevi, forza! Voi siete quelli di Luigi? Allora, che aspettate? Avanti, lavorare! Mai le mani in tasca!
Andrei mostrò un sorriso rassegnato e si fece seguire da Alex e Gianni, spiegando in fretta e dando istruzioni. I due capirono più o meno tutto e subito si misero al lavoro.
L’aria era fredda, il cielo grigio, l’incarico estenuante.
Il lavoro si era rivelato massacrante, ogni attività richiedeva una forza fisica che né Alex né Gianni possedevano; entrambi avevano trascorso la prima giornata lavorativa a preparare il cemento, una delle attività più micidiali: i sacchi da trasportare pesavano sulle braccia, la terra e l’acqua li infangavano dalla testa ai piedi e, appena la betumiera iniziava a girare, si tornava a prendere altro pesante cemento da portare attraverso le impalcature. Il loro pranzo, costituito da un panino mangiato in fretta e furia, non bastava ai due uomini per lavorare così disumanamente. Le ore non passavano, la fame aumentava e, mentre il buio scendeva veloce, il corpo risentiva la fatica di ore e ore di lavoro. Verso le 18:30 alcuni uomini si avviarono verso l’uscita. Alex e Gianni alzarono gli occhi e li guardarono, immobili, con le braccia penzolanti e lo sguardo fisso, quasi fossero preda di un’invidia ossessiva, unita alla confusione e alla stanchezza. Andrei, avendo notato quest’atteggiamento, dirigendosi a loro disse:
-Sono gli italiani, quelli in regola… saranno contenti ora che vanno a casa, eh?
I due impiegarono un po’ di tempo per riprendersi, ma Lorenzo li aiutò a tornare al lavoro.
-Muoversi, muoversi, muoversi!
Passarono l’ultima ora del loro tormento svolgendo un compito incessante, sentendo il sudore a contatto con l’aria gelida, impiegando una resistenza alla fatica in realtà inesistente. I minuti sembravano interminabili, il buio portava con sé un freddo ancora più pungente.
Finalmente, dopo un’ora simile a un’eternità, arrivarono le 19:30 e subito tutti si fermarono, abbattuti dalla stanchezza, ed iniziarono a scendere dai ponteggi e a posare gli attrezzi. Alex e Gianni si guardarono attorno e, vedendo la gente che smetteva di lavorare, sospirarono con amarezza ed angoscia. Lasciarono anche loro l’incarico e si avviarono insieme agli altri sotto un tettuccio in legno, improvvisato.
-Guardali- ruggiva Lorenzo-, sette e mezza esatte e si bloccano all’istante… Sfaticati, ecco cosa siete! Nient’altro che scansafatiche! E poi dite di essere sfruttati! Buoni a nulla, andate a dormire, andate!
Mentre quello si dirigeva verso l’uscita, gli operai lo guardavano con odio e dispregio, sapendo che non avrebbero mai avuto possibilità di difendersi. Così lo disprezzarono in silenzio, buttandosi a terra sfiniti. Uno di loro prese dei panini da un angolo e li distribuì; ognuno mangiava la propria misera cena come un cane randagio, a grandi morsi cercando di saziare la fame mordace. Ma il cibo finiva in fretta e loro restavano famelici, con lo stomaco inappagato, i muscoli a pezzi, i pensieri annebbiati, l’animo abbattuto dall’umiliazione e lo sconforto. Il sonno non tardò a prendere il sopravvento, e caddero addormentati nel dolore e la prostrazione. Uno di loro, un certo Ilja, restò sveglio, doveva fare da guardia. Se avesse visto passare qualche inopportunopersonaggio, avrebbe dovuto vegliare gli altri e scappare con loro. Il turno di guardia durava un’ora; erano circa le tre di mattina quando svegliarono Alex.-Tocca a te- gli disse un ragazzo, con la voce assonnata.
Con fatica si alzò e si appoggiò al muro, sbadigliando prese una sigaretta. In tasca trovò l’accendino di Andrei. “Domani glielo restituisco”. Diede un’occhiata fuori dal cantiere: c’erano delle case, erano illuminate. Già, era la notte di Natale! “Tanti auguri, Alex. Ti sei comportato bene quest’anno, non è vero?”. Sì, si era comportato bene… ma allora perché era lì? Perché si trovava al freddo in un cantiere di Verona, affamato e sfruttato, mentre la sua famiglia pativa la miseria in Albania? Cercava di darsi delle risposte, mentre la nicotina gli scendeva nei polmoni e gli dava una leggera sensazione di sollievo. Tutti erano nelle loro case a festeggiare, gustando abbondanti cene, aprendo regali attorno all’albero, abbracciando con calore amici e parenti. Alex volse lo sguardo e vide gli uomini buttati a terra, prostrati nella polvere, russando e agitandosi infreddoliti. Perché?!
Guardò l’orologio di un operaio: le 4:05. Gli si avvicinò e provò a svegliarlo.
-Ehi… qualcuno deve fare la guardia, io ho finito.
-Chiama Andrei… io l’ho già fatto…- sussurrò nel sonno.
Si diresse verso di lui e lo chiamò. Andrei aprì gli occhi e si alzò lentamente.
-Maledetto turno di guardia…
Alex guardò a terra. Poi ricordò l’accendino e glielo porse.
-Questo è tuo.
Andrei, non del tutto desto, tardò un po’ a rendersi conto di cosa stesse parlando.
-Ah, tienilo… tranquillo…
-Beh…grazie. Notte, allora.
Non appena appoggiò la testa a terra, si riaddormentò.
I giorni successivi furono facendosi via via più insostenibili: il freddo aumentava insieme alla fame, i muscoli dolevano, gli incarichi erano pesanti e pericolosi. Infatti c’era bisogno di carpentieri, marmisti, idraulici, preparati lì per lì, sul momento. E mentre uno portava carichi inesorabili sulle spalle, l’altro si rompeva le mani tagliando assi di legno o si distruggeva le braccia lavorando il marmo. Intanto Lorenzo restava sotto le impalcature a guardare e, ogni tanto, urlava qualche insulto agli operai. Ma questi continuavano il loro lavoro imperterriti, da schiavi, perché erano abituati alle grida del padrone e sapevano che, qualunque cosa avessero detto, non avrebbero mai avuto diritto o ragione. E arrivò un giorno in cui tutto sembrava andare normalmente. Lavorarono fino a sera, come al solito, cercando di reggere il gelo, la fame, la stanchezza. Mancava circa un’ora alla fine dell’orario, restavano da costruire con le assi i muri portanti più alti della struttura. Alex, che stava portando un carico di marmo, vide Gianni che saliva attraverso le assi di ferro. Lo vide più vecchio che mai, stanco, privo di forze mentre si arrampicava sulle sbarre di metallo.
-Ci pensi te?- gli chiese.
-Sì… in fin dei conti, domani ce ne andremo. Sicuramente il prossimo cantiere sarà meglio!
Alex sorrise davanti all’assurda speranza del suo amico, ma annuì e lo osservò salire. Gianni era arrivato in alto e aveva iniziato a svolgere il lavoro. Il buio gli ostacolava la vista e non aveva più sensibilità alle mani; il livello dei muri da costruire saliva sempre più, complicando la faccenda; fra il muro di legno e il ponteggio c’era uno spazio vuoto. Così, allungandosi per lavorare meglio, Gianni posò un piede in quel pezzo di vuoto e cadde; cercò di aggrapparsi ai ponteggi senza risultato, il ferro era congelato e lui non sentiva le sue mani. Non sentiva nulla, per la verità, oltre al vento e al terrore. Nemmeno le urla disperate di Alex, che aveva visto la tragedia e invano correva verso il compagno. E in fretta il vecchio giunse e morì a terra, schiantato contro il freddo cemento del pavimento sporco di terra e polvere. Il volto sanguinante era segnato da un’inquietante smorfia di panico, lo sguardo semiaperto pareva fissare il cielo nero e stellato, simile a quello di una settimana prima, quando aveva visto l’Italia per la prima volta. Alex si chinò su di lui e pianse come non piangeva da tempo, pianse lacrime amare e di nostalgia, di dolore e di frustrazione, urlando e sentendo il suo animo spezzarsi in mille piccole parti.
-Perché hai smesso di lavorare?! Credi che non ti abbia
visto? Manca mezz’ora alla fine dell’orario!
Lorenzo aveva ricominciato a insistere con le sue stupide prediche, ma quella volta aveva sbagliato persona e momento. Alex, sopraffatto dal dolore e dalla rabbia, gli corse incontro e lo buttò a terra, lo picchiò piangendo e insultando, sfogò tutto il suo furore su quell’uomo che ora sanguinava, senza più la forza di proferire una parola. E lo lasciò lì, sul cemento, senza vita, esanime per merito delle sue mani, mentre era circondato dai compagni di cantiere. Questi lo guardavano terrorizzati, credendolo pazzo, pronti a reagire in massa se si fosse avvicinato di un solo passo verso di loro.
Così Alex, completamente disperato, abbattuto, si diresse verso l’uscita e camminò, camminò per tutta la città, durante tutta la notte, senza fermarsi un secondo. Solo intorno alle 5 di mattina riuscì ad addormentarsi, sdraiato su una panchina vicino ad un fiume, quale fosse quel fiume lui non lo sapeva, ma nemmeno gli importava.
Quando aprì gli occhi, vide chinati su di lui due uomini in divisa.
-Può mostrarmi i suoi documenti, per favore?